La bellezza non ha causa: 

esiste.

Insegui e sparisce.

Non inseguirla e rimane.

 

Sai afferrare le crespe

del prato, quando il vento

vi avvolge le sue dita?

 

Iddio provvederà

perché non ti riesca.

 

Beauty—be not caused—It Is–

Chase it, and it ceases–

Chase it not, and it abides–

 

Overtake the Creases

 

In the Meadow—when the Wind

Runs his fingers thro’ it–

Deity will see to it

That You never do it–

 

(Emily Dickinson)

 

 

L’umiltà è risuonare con l’animato

Sicuramente ci è successo di passeggiare al centro di un prato.
Ci accorgiamo che la morbidezza del suolo arrotonda il taglio del nostro passo. Questo andare crea piccoli ed invisibili gorghi d’aria attorno a noi, dissestando di poco lo spazio attorno.
Questo spazio ci accoglie, invita a deporci, ad entrare in sintonia, lo sa fare da sempre. Ci sganciamo, ci abbassiamo.
Sentiamo più vicini a noi i fili d’erba che ricalibrano un istinto e ci rimpiccioliscono. Allora scendiamo per ascoltarli, ci facciamo vegetali, anzi, accade. Nasce una coreografia sincrona, una sensazione chiara e morbida di provenienza certa, di comunanza certa: siamo sempre noi.
C’è un semplice stare insieme, come bimbi.

Lo spazio ancor più semplifica, quanti cuori sentiamo pulsare. È un flusso di cuore, di intenti senza risparmio e fatica.
È la forza della vita che è impregnata in ogni essere. Questa è l’evoluzione comune, senza classifica alcuna, senza verticalità, tutto allo stesso piano. Sentiamo tutto ciò, ora, che ci permea. Non è un’idea, è una sensazione sentita.
Sensazione sentita dalla quale emerge un tutto evoluto allo stesso modo; non esiste specie o categoria con un più o con un meno accostato. Ogni cosa o essere sta al proprio posto, proprio ora, impossibile accordatura migliore.

Ecco che in tutto ciò può sorge una domanda: quale esseri umani che siamo, facciamo parte veramente della specie più evoluta? Affermiamo di essere la specie più evoluta, ma sentiamo un’incompletezza in questa affermazione, proprio perché è ferma. Se fossimo gatti potremmo dire che noi, quali appartenenti alla famiglia dei gatti, apparteniamo alla specie più evoluta, per una serie concreta di ragioni. La stessa cosa se appartenessimo al regno vegetale.
Quindi cosa ci fa dire che siamo i più evoluti come specie?
La pianta potrebbe dire nel suo linguaggio la medesima cosa?
Gli esseri vegetali, noi, quali esseri umani, gli esseri minerali, gli esseri animali hanno in comune la parola essere e l’essere è essere perché animato.
È animato ad essere ciò che è: ha un’anima.
Cos’è che sostiene da dentro e da fuori tutta questa animosità, questa spinta ad essere animati in ciò che si è, quella cosa comune per tutti, che fa distinguere le nostre bellezze?
Possiamo riconoscere ed accogliere la realtà di non esserne pienamente consapevoli, ma profondamente sappiamo di ricoprire il nostro proprio posto perfettamente, senza scampo e al meglio.
Quindi, come poter arricchire la nostra consapevolezza percependo l’intrinseca natura di quello che ci circonda e di quello che ci permea?

Palesemente e per sua natura, la forza di gravità ci invita a cedere per accedere in presenza.
Per sua natura la forza di gravità ci invita all’umiltà, all’umiltà, all’umiltà. E’ gratuita. Potremmo così scoprire che non esiste l’inanimato e sentirci compagni in compagnia.
C’è un Soffio che sostiene ogni cosa, ci sostiene: se ci sintonizziamo lo possiamo sentire e sentire lo spazio che si amplifica. Emerge una percezione di noi più concreta e vitale poiché risuona con l’animato di ogni essere.
Il mio centro insieme a… Il nostro centro insieme a…
Sempre ed in modo creativo emerge quell’intenzione, quell’innata capacità di connetterci alla sorgente che ci sostiene, ci protegge e ci evolve per tutta la vita.
Questo Soffio ha molte forme e fa sempre il tifo per noi.

Con quale forma appare ora in te il Soffio di Vita?

 

 

paolo raccanello