Appunti biodinamici tratti da una conversazione tra Gabriella Caramore ed Enzo Bianchi, una domenica mattina.

Premessa. Enzo Bianchi parla di pensiero, di un pensare, ma non un pensiero esclusivo della mente. Si rivolge alla sua interlocutrice parlando di un pensiero corpo, un pensiero che sente, un pensiero che percepisce, un pensiero che ascolta, un pensiero che fa, un pensiero sinestetico.
Mi piace pensare che per per noi operatori questo sia il pensiero incarnato che esprime quella solidità di sempre e senza tempo, che ci permette di incontrare le condizioni di chi ci chiede aiuto.

A voi la lettura.

 

Se ci si ferma solo all’ammirazione, dentro di noi non accade nulla, ma se ci concediamo il tempo di riflettere, la tenacia della vita, che sempre prevale sulla morte, non può che lasciarci per lo meno stupiti. Vi è chi di una strada fa la propria strada maestra e chi ama invece tracciare percorsi, sentieri e vie diverse. Ciò che conta è prendere sul serio le parole che si incontrano, trarle fuori dalla consuetudine, dal vuoto, dall’insensatezza in cui a volte queste parole cadono e poi rimetterle nella tensione del proprio tempo(anonimo)

 

“Sapienza ed esperienza. Sono parole che hanno come tema principale la relazione. Parole che si possono ricevere dall’esperienza, dallo studio, dalla fede, ma che è necessario innervarle nella vita di tutti giorni.
Ma quanto è necessario aprire queste parole al mondo?
Fede e religione, sono certamente ispiratrici, però poi la sapienza non viene soltanto dall’ispirazione o da una tradizione. La sapienza viene anche da ciò che si vive ogni giorno, dall’attenzione con le cose, con gli altri, dall’entrare in relazione con gli altri.

Mi è stato insegnato sin dall’infanzia a pensare costantemente quando ho qualcosa o qualcuno davanti; pensare alla relazione che c’è tra me e qualcuno, l’altro, tra me e gli eventi e le cose, le cose che appartengono alla natura. Questo esercizio al pensare, è quello che crea la relazione, una relazione che può diventare una connessione, ma che prima ha bisogno di conoscenza, ha bisogno di passare attraverso una certa empatia, attraverso soprattutto un ascolto dell’altro, un ascolto anche delle cose.

A me chiedevano da piccolo, e mi è servito molto quando andavo in giro per le mie colline e i miei boschi: “hai ascoltato gli alberi?”.
Mi sembrava una domanda strana… poi invece ho capito che si ascolta anche un albero a forza di passarci vicino, di guardarlo, di vedere come lui cresce, come lui si muove al vento, come lui passa attraverso le stagioni, l’autunno, la primavera, come lui resta un segno per noi. Quell’albero è qualcosa che è in relazione con noi. Quindi, credo che una sapienza, noi uomini, la dobbiamo trarre soprattutto dal nostro vissuto, dal vivere pensosamente (sentendo, percependo, ascoltando, facendo), quindi dal cercare di entrare in relazione.
Poi, su questo cammino, c’è certamente anche il proprio credo, che ci aiuta ad approfondire ancora di più e ad allegare tutte le relazioni. Lo fa in maniera tale che tutte le volte dobbiamo rinnovare quel senso di connessione perché non ne abbiamo trovato uno che vada bene in tutte le occasioni. Però bisogna anche essere disposti a mettere in crisi quello che si è acquisito nell’incontro con l’altro: mettere in crisi e rinnovare ogni giorno con nuovo stupore.
Questo stupore, questa meraviglia, è qualcosa che in noi è naturale e che viene dall’incontro, dalla relazione con gli altri.

Ecco, io credo che una fede, un credo non basti per una vera sapienza: la fede aiuta, dà colori, dà la luce, ma poi il lavoro spetta a noi uomini ed è il lavoro soprattutto di relazione, oserei dire di relazione e comunione con gli altri e con le cose. Il pensiero, in quanto tale, non può essere chiuso in se stesso, narcisistico.
Il pensiero nasce dalla relazione ed interroga sulla relazione.”

Segue nel prossimo articolo…

 

 

a cura di paolo raccanello