“E noi dobbiamo soltanto esserci, ma semplicemente,

non con insistenza, come la terra, concorde alle stagioni

chiara e oscura e tutta nello spazio”. 

R.M Rilke

Siamo governati dalla ciclicità, dalla temporalità circadiana, un ritmo al quale non possiamo sottrarci. E’ quello della vita, del movimento, dell’ineluttabilità degli eventi e della trasformazione. Sono passi frenetici, alternati, quasi per una fisiologica e necessaria compensazione, ad una sorta di riposo: il tempo della quiete.

La quiete. Un’immagine a noi cara, con la quale ci penetriamo reciprocamente. Una quiete di transizione, che preannuncia, e implica, l’inevitabile passo successivo. Una quiete, quindi, non assimilabile alla stasi, che invece riporta a fissità.

La quiete non è lontana dalle nostre esperienze di ogni giorno. Se prestiamo attenzione, fa la sua comparsa anche nei momenti di intenso bailamme; è quel momento in cui qualcosa vuole ricordarci che ci siamo. Semplicemente, come scrive Rilke.

La quiete si muove negli spazi interstiziali delle nostre vite. E’ quell’attimo tra un respiro e l’altro, quel momento in cui volgiamo lo sguardo da un’altra parte, l’istante che precede un sorriso, quel secondo prima che esploda un’emozione. E’ una dimensione dove il tempo assume un senso di sacralità ed assolutezza che lascia spazio ad una nuova consapevolezza. La quiete introduce alla poetica dei luoghi interiori e ci connette con la bellezza dell’anima, indossando la veste di un contatto delicato, fatto solo di ascolto e presenza.

La quiete è la melodia delle origini. Ci riporta allo stato ancestrale in cui il nulla era già tutto, e viceversa. E’ il regno della totalità e delle apparenti incoerenze, dove le percezioni si distorcono; un secondo può durare una vita e la forma, che qui non tradisce la funzione, si mescola con la sostanza. Restituisce il senso alle immagini del nostro inconscio, è un frammento dell’onirico che sconfina nello stato di veglia.

La quiete si manifesta così com’è, e non è annunciata. E’ un riflesso involontario del nostro sistema, si inserisce tra un movimento e l’altro, tra un pensiero e l’altro.

 

La quiete è propiziatrice: ci permette di attingere alla fonte delle nostre risorse che  si rafforzano e si moltiplicano spontaneamente nella relazione con gli altri, quindi anche nelle sedute di Biodinamica. Il campo cosciente ed intelligente è un’immensa cassa di risonanza in cui la nostra storia si intreccia con quella del cliente, mentre i momenti di quiete sono condivisi, quindi potenziati.

La quiete, qui, ma anche in natura, è la condizione adatta a riorganizzare, a riportare coerenza nella complessità, a recuperare la propria integrità, a deframmentare, a restituirci il senso perduto che servirà a tracciare il sentiero diretto alla nostra autenticità.

La quiete è l’albedo alchemica, la seconda fase della Grande Opera, dove siamo in connessione diretta con l’anima già informata, come scrive Hillman[1]: 

“ Non tutti i bianchi sono uguali, e solo quello dell’albedo attiene all’argento alchemico inteso come stato di coscienza che proviene non già dall’anima, come semplicemente dato, bensì dal lavoro fatto su di essa”.

Il tempo della quiete ha la preziosità dell’argento lunare, la capacità di trasmutare, di portare a compimento il processo di integrazione, è collegato all’elemento acqua, e influisce sulla nostra evoluzione.

E’ un tempo di cui bisogna avere cura.

[1] James Hillman, Pisicologia alchemica – Adelphi pag. 139

a cura di Cristina Ferina