Poiché noi siamo dove non siamo. 

Pierre-Jean Jouve

 

La Biodinamica, lo dice la parola stessa, è vita; in quanto tale, si muove, generando di volta in volta nuove esperienze. Così come non ci si bagna due volte nello stesso fiume, non esiste una sessione uguale all’altra, perchè la Biodinamica, declinata nel corpo, è l’insieme delle forze in gioco, che sostengono il processo vitale e si muovono nel campo.

ll campo, cos’è.

Il campo è adesso, dove siamo. Lo spazio, la stanza, le persone, le pareti e i complementi d’arredo, i profumi e i rumori, la temperatura e le dimensioni, la natura.
E’ un fenomeno con cui stabiliamo una relazione, che diventa esperienza.
Il campo è anche ciò che non si vede: le nostre storie, i nostri ricordi, le nostre esperienze pregresse, custodite nelle nostre cellule, nella nostra memoria mitocondriale.
Quando siamo, e agiamo, nel campo biodinamico, dove si compie la sessione di lavoro, è fondamentale considerare gli aspetti visibili e invisibili, senza trascurare ciò che accade nel corpo.

Tenerli tutti insieme è un vortice di equilibrismi che presuppone presenza e consapevolezza di quanto sta accadendo, anche se è una difficoltà che svanisce immediatamente quando si accede ad uno spazio sicuro, un moto sottile e autentico: il Sentire. Originato dalla relazione del corpo nello spazio, diventa un sostegno prezioso, per noi e il campo.

Ognuno di noi ha, ed è, un campo.
Ognuno di noi ha, ed è, una storia (eventi vissuti, persone incontrate, spazi condivisi…).
Ognuno di noi è un campo dentro un campo, a sua volta dentro un campo, e così via, fino a generare una rete infinita e condivisa di campi.

A questo punto, la mia domanda è: siamo noi che sosteniamo il campo, o è il Campo che sostiene noi?

Nel primo caso, sostenere il campo significherebbe mediare con la nostra individualità, egoica, operando un processo di frammentazione, una separazione, e noi tendiamo all’unità, all’integrazione, al mettere insieme.

Viceversa, se poniamo prima il Campo, e successivamente noi come parte integrata, siamo automaticamente all’interno di in una rete più grande, stretta, resistente, resiliente, cosciente, che ci sostiene, per essere.

di nuovo dentro al mondo […], immersi – così come il pittore che affonda nella materia di cui si nutre per dipingere o il musicista che respira la sonorità stessa dell’atmosfera – nello spazio immaginativo, tra uomo e natura, in quel diaframma che ricuce lo strappo, che lo guarisce”
(Mottana, 2004, p. 72, in Poetica dello spazio educativo, Marina Barioglio, 2018)

In questa seconda visione, ben descritta dal filosofo Paolo Mottana nella sua analisi immaginale dello spazio, il Campo è un elemento di forza determinata a definire il campo della sessione, che diventa così  una scheggia ologrammatica del primo; più o meno la stessa relazione che intercorre tra inconscio individuale e inconscio collettivo, che si offre come spunto per una riflessione futura.

 

Cristina Ferina