Alla data della pubblicazione di questo articolo mancano solo 35 giorni alla conferenza annuale di A.CS.I.
L’ospite primario sarà proprio il prof. Gerald H. Pollack
a Roma il 27 e 28 ottobre iscriviti QUI

 

 

 

“Niente è più difficile da vedere con i propri occhi 

di quello che si ha sotto il naso.”

Goethe

 

L’acqua interfacciale
L’acqua, per come appare ai nostri occhi, è solo acqua, ovvero, sembra solo acqua. Tuttora il prof. Pollack si stupisce di come l’apparenza (ciò che appare) ci possa trarre in inganno. Lui stesso si è reso conto, soprattutto nel suo ultimo decennio dedicato alla ricerca, di come l’acqua in un bicchiere posso influenzare il bicchiere stesso, le particelle e le molecole disciolte in quest’acqua.
Pollack si trova dinanzi a rivelazioni “acquatiche” che di continuo si rinnovano e lo stupiscono, nonostante le ricerche fatte negli ultimi cinquant’anni.
Nel suo libro, La quarta fase dell’acqua, continuamente manifesta una stupefacenza tipica del vero scienziato. Alla base di tutto questo, Pollack comprende la potenzialità del valore “nascosto” che possiede l’acqua. Pollack si appassiona a descrivere molti aneddoti ed esperimenti che lo hanno portato a considerare l’esistenza della quarta fase dell’acqua.
Eccovene alcuni.

Gli scambi ordinati
Pollack, narra di un interessante incontro che avvenne con il professor Hirai dell’università di Shinshu, in Giappone.
Pollack catturò l’interesse del professore, raccontando la relazione tra acqua e cellula, descritta ampiamente nel suo libro “Cellule, gel e i motori della vita”.
Durante questo succoso scambio, il professor Hirai raccontò di alcuni esperimenti di laboratorio sul flusso dei liquidi all’interno di specifici microcilindri, usando delle microsfere come tracciatori di posizione e reazione. Rimasero entrambi incuriositi dall’esito di questi esperimenti e nello specifico dalla disposizione delle microsfere.
Tutto ciò accese ulteriore interesse.
Fu così, che tra i due scienziati crebbero scambi di idee e di considerazioni, finendo per unire anche sforzi pratici.
Quello che osservarono entrambi in laboratorio erano manifestazioni dell’acqua “ordinate”: notarono entrambi che l’acqua cercava e trovava sempre un “ordine”, una “disposizione ordinata”.
Ma è un ordine particolare, poiché esclude qualcosa…

Acque agitabili
Ma cosa si esclude? Pollack comprende benissimo che si sta muovendo in acque facilmente agitabili: c’è un alto rischio di essere additati (riguardo a questo leggi il precedente articolo QUI). A dirla tutta, secondo la moderna chimica, alcuni fenomeni non dovrebbero addirittura esistere!
Eh si… rimanendo cauti, si potrebbe presumere che ci possa essere quel particolare comportamento tra superficie e liquido, ma…
Ed ancora il nostro Pollack ci prova.
Osserva in modo rinnovato la disposizione degli ioni nei vari strati che l’acqua genera in relazione alla superficie di contatto. Da questa osservazione ne riceve movimenti, transizioni, distanze, valori, disposizioni: moltissimi dati che si interfacciano con le affermate teorie della chimica moderna.

Un team al lavoro
La ricerca di errori è un grande lavoro che ha bisogno di una grande umiltà.
Ecco che un corollario di scienziati/suggeritori si amplifica attorno all’equipe del prof. Pollack. Alcuni scienziati gli suggerirono di assicurare la ricerca che stava perseguendo, ad esempio controllando le influenze che la temperatura dell’acqua poteva avere sull’esito degli esperimenti. Altri suggerimenti riguardavano la qualità dei polimeri, altri sul verificare gli effetti di differenti polarizzazioni delle microsfere traccianti.
Ebbene, da questo lavoro collettivo e dalla vastità di prove raccolte in laboratorio, emerge un comune denominatore: in quasi tutte le prove una speciale zona si forma e si manifesta!
Pollack sa bene di cosa si tratta, ma non gli basta e continua con gli esperimenti per trovare solidità maggiori alle sue affermazioni ed intuizioni.

Ma quante zone d’esclusione…
Pollack ha osservato quelle speciali zone di esclusione anche nei vasi sanguigni, nei muscoli e nelle piante. Tutte queste sono superfici idrofile, ovvero superfici in grado di stabilire legami con l’acqua. Pensiamo quindi al nostro sangue e alla sua rete di circolazione; pensiamo a tutti gli altri fluidi che ci scorrono ordinatamente nel corpo; pensiamo alla dinamica o alla biodinamica delle nostre cellule. In biodinamica abbiamo veramente a che fare con i fluidi, vero?
Ma… lasciamoci trasportare ancora per un po’.

Acqua ordinata e raffinata
Pollack conferma che le zone di esclusione sono libere da soluti, ovvero quel componente il cui stato di aggregazione è diverso dalla soluzione che lo accoglie. Possiamo definire questa zona di esclusione come una zona  di “acqua ordinata e raffinata”.
Questo speciale ordinamento, scopre Pollack ancora una volta, non è una cosa nuova. È un affare vecchio di settant’anni, ma non è mai stato così raffinato come ora ce lo sta presentando Pollack, settant’anni dopo.

To be continued…

 

 

a cura di paolo raccanello

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IL COMPORTAMENTO SOCIALE DELL’ACQUA

 

“La vita è l’acqua che danza sulle note dei solidi”
Albert Szent-Györgyi

 

Il prof. Gerald Pollack, nel suo libro La quarta fase dell’acqua, ci invita a considerare che, nonostante viviamo in un’epoca super scientificizzata, l’elemento acqua è ancora poco esplorato e conosciuto.
A tale proposito Philip Ball, scrittore scientifico per la rivista Nature, ci offre queste parole: “nessuno capisce veramente l’acqua! È imbarazzante ammetterlo ma la cosa che ricopre i due terzi del pianeta resta ancora un mistero”.
Da questo appunto, il prof. Pollack evidenzia come siano trascorsi circa due secoli da quando hanno riconosciuto la vera natura dell’acqua, ovvero quella di essere H2O… certo che, all’epoca i mezzi erano pressoché artigianali.
Ad oggi, lo scienziato ci fa notare quanto poco sappiamo sull’interazione reciproca delle molecole d’acqua o di queste con altre d’altro tipo. Una cosa è certa: avviene sempre una “connessione”.
L’intrinseca natura relazionale di ogni cosa, quindi, è tale poiché possiede la capacità di rinnovamento; vedi ad esempio la capacità della tensione superficiale di una goccia d’acqua o di coalescenza, quella di unirsi insieme. (Qui, leggi l’articolo precedente)

 

L’acqua vibrante

L’acqua quando incontra altra acqua inizia a “vibrare”, a “fremere”.
Allora, cosa può generare questo vibrato, questo sfarfallio?
In un articolo precedente (link) citavamo i domini di coerenza di Emilio Del Giudice.
Pollack ci racconta che, all’interno di quei domini di coerenza, i legami tra molecole “possono essere pensati come delle antenne che ricevono energia elettromagnetica dall’esterno e quindi rilasciare elettroni utili per le reazioni chimiche”.
Lo scienziato ci invita a realizzare che comunque questo modello non svela il mistero sulla complessità relazionale dell’acqua, ma una cosa è certa: un determinato spessore d’acqua è composto da multipli strati con caratteristiche diverse tra loro.

 

“Non tutto ciò che può essere contato conta e non tutto ciò che conta può essere contato”

Albert Einstein

Quest’acqua nascosta…

Sappiamo e abbiamo detto che l’acqua è l’elemento più abbondante sulla superficie terrestre e che rimane ancora un elemento pressoché sconosciuto.
Molti scienziati rimangono fedeli a quelle poche cose che si conoscono dell’acqua.
Vediamo allora cosa c’è dietro a questa fedeltà scientifica.
In passato, le ricerche sull’acqua erano ritenute molto importanti. Questo fervore ha stimolato l’ipotesi di studiare l’acqua con ciò che si relaziona. Quindi non solo l’acqua, ma l’acqua con tutto ciò che contatta.
Quest’apertura di sipario ha evidenziato palesemente che l’acqua è praticamente ovunque: questa evidenza è uno dei pilastri che sostiene la biodinamica e che interessa a noi operatori.

L’economia mondiale, spesso, ha avuto il potere di generare momenti di fertile ricerca scientifica e momenti di sterilità. Questo ha indotto ad elevare alcuni scienziati o a far sprofondare nel dimenticatoio altri di brillanti.
Per Pollack, quei momenti down, sono stati semplicemente catastrofici per la ricerca scientifica.
Ma la curiosità resta principe e la ricerca continua, nonostante tutto.
Ecco che, nell’ombrosità di questa scena mondiale, si affaccia la figura dell’immunologo francese Jacques Benveniste (1), trainatore di una nuova faccenda a dir poco “memorabilmente acquatica”.
A proposito di memoria lo scienziato francese ha dimostrato in laboratorio che l’acqua possiede la capacità di ricordare, ovvero di memorizzare le svariate relazioni avvenute con altri elementi.
Tuttora, nonostante il contributo del premio Nobel Luc Montagnier sugli studi dedicati alle informazioni immagazzinate nell’acqua, proprio l’acqua rimane un argomento ad alto rischio per molti scienziati.

 

…ma così sentita

Quindi… l’acqua, un elemento così familiare trattato come un estraneo.
Pollack, ancora una volta ci invita ad essere curiosi e ad aver fede nonostante le perplessità ancora presenti.
La socialità dell’acqua è natura e come tale, generosamente si mostra in modo semplice.
Spetta a noi, dice ancora Pollack, sintonizzarci con questa evidente semplicità.
Pollack sta facendo biodinamica e forse non lo sa.

 

(1) – Jacques Benveniste è stato un immunologo francese. Il suo nome venne alla ribalta nel 1988, quando pubblicò su Nature uno studio che sembrava dimostrare l’efficacia dell’omeopatia.

 

 

 

a cura di paolo raccanello

Prof. Gerald H. Pollack

 

Alla data della pubblicazione di questo articolo mancano solo 55 giorni alla conferenza annuale di A.CS.I.

L’ospite primario sarà proprio il prof. Pollack

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Prima di addentrarci un po’ di più nella 4° fase dell’acqua, vorremmo farvi un po’ innamorare della persona del prof. Gerald H. Pollack.
Con questo articolo vorremmo introdurvi alla stupefacenza dell’acqua, riportando ciò che il professore racconta nel suo libro. Riporta una sorta di cronistoria delle scoperte sull’acqua che l’hanno particolarmente stimolato. Pollack ci dimostra di prendere sul serio la faccenda “acqua”.

Gerard Pollack nel suo libro “La quarta fase dell’acqua” descrive un interessante fenomeno di laboratorio chiamato “ponte dell’acqua”. Consiste nel far toccare i bordi superiori di due bicchieri pieni d’acqua. In ciascun bicchiere, poi, vengono inseriti degli elettrodi con corrente a media tensione. Inizia a formarsi un ponte d’acqua, ovvero una sottile lingua d’acqua che unisce i due bicchieri. Sorprendentemente, questa sottile lingua d’acqua si mantiene nonostante i due bicchieri vengano allontanati tra loro.
Da questo fenomeno lo scienziato si chiede: ma cosa tiene in piedi il “ponte d’acqua”?
Guarda questo interessante VIDEO

Pollack ancora espone con estrema semplicità un secondo fenomeno generato dall’acqua: la coalescenza. Parla di goccioline d’acqua appoggiate con leggerezza (forse con un contagocce) sopra ad una superficie d’acqua di una bacinella. Se fatto con delicatezza, ci invita a notare che queste goccioline prima di disperdersi, galleggiano sopra l’acqua e che possono anche dividersi in altre micro goccioline prima di “mischiarsi” definitivamente all’acqua.
A noi come operatori questo fenomeno potrebbe far ricordare la schiusa della blastocisti, la quale rinuncia alla membrana pellucida prima di annidarsi nell’endometrio materno.
Qui Pollack ci invita a riflettere su cosa determina la tempistica di dissolvimento delle gocce d’acqua…
Scopri cos’è la coalescenza in questo VIDEO

Ed ancora Pollack ci regala un’altra curiosità da laboratorio, la terza.
Attribuisce l’origine di questo esperimento a Lord Kelvin, fisico ed ingegnere britannico vissuto tra l’800 e il ‘900. Si tratta di porre un contenitore con dell’acqua ad una certa altezza.
Da questo, attraverso un tubicino che poi si dividerà in due, verrà fatta uscire dell’acqua. Ciascuno di questi due rivoli d’acqua, cadendo, attraverseranno dei cerchi metallici. L’acqua, poi, verrà raccolta da due contenitori posti a terra.
Il cerchio metallico di sinistra sarà collegato da un filo elettrico con il contenitore di destra posto a terra. Allo stesso modo il cerchio posto a destra collegato con il contenitore di sinistra. Infine, alla base di ciascun contenitore a terra, Pollack ci racconta che sono inserite delle sfere molto vicine tra loro aventi lo scopo di manifestare possibili effetti.
Ebbene, il semplice rivolo che attraversa i cerchi di metallo e il lento riempirsi dei contenitori genera un fenomeno di scariche elettriche ben visibili tra le sfere poste alla base dei contenitori.
Ancora una volta il prof. Pollack ci invita a riflettere su come sia possibile ciò.
A nostra volta, noi che dialoghiamo con i fluidi, potremmo chiederci molte altre cose…
Walter Lewin ci mostra l’esperimento di Kelvin in questo VIDEO

 

 

Pollack, continua e ci tranquillizza dicendoci che anche i più rinomati ricercatori “d’acqua” non sanno fornirci spiegazioni. Nelle sue parole trapela il non considerare un importante ingrediente… forse la biodinamica per essere un po’ campanilisti? 🙂
Pollack riconosce i limiti dell’uomo e della scienza nel descrivere cosa spinge dell’acqua ad essere così sociale.
Cede e chiede aiuto agli esperti della mente umana sull“intrinseca socialità” dell’acqua. A loro volta gli suggeriranno di amplificare lo sguardo, di andare oltre.

Signore e signori, vi presento il prof. Gerald H. Pollack, l’uomo innamorato dell’acqua.

 

 

 

a cura di paolo raccanello

Poesia e biodinamica con Chandra Livia Candiani

(English text below)

 

Da molto tempo considero Chandra Livia Candiani una poetessa biodinamica, un’artista delle dinamiche della vita.
Chandra Livia Candiani ci offre un vocabolario, un prezioso vocabolario, un vocabolario che tocca fortemente il modo di portare nel mondo la nostra disciplina.
Un vocabolario che si espone, si offre e ci viene offerto da chi, costantemente, entra nella vita.
Parla di età, radici, io, parole, poesia, casa, notte, luna, luce, maestri, connessione, mappa, fermarsi.
Quali connessioni accendono in noi queste parole? Quali inviti?

Quello che vedrete e leggerete sono parole di un incontro, di un’intervista, di uno scambio tra la poetessa e Katuscia Da Corte, insegnante e grande appassionata di cinema, che ringrazio di cuore per averci offerto la possibilità di condividere sia testi che video brillantemente realizzato.
Grazie Italian Reloaded, grazie Katuscia Da Corte, grazie Chandra Livia Candiani.

 

 

 

LA PRECISIONE DELLA POESIA

 

Età
L’età è un mistero.
Quando ero bambina, anche ragazza, pensavo che sarei arrivata al massimo a trent’anni.
Sento che l’infanzia e la vecchiaia sono due età in cui finalmente possiamo lasciar andare il controllo della mente, lasciarci un po’ sbriciolare dalla vita e dire un po’ le cose come ci vengono e anche c’è meno tensione ad arrivare a qualcosa, c’è più amore per il percorso che non per la meta.
C’è una lentezza nuova che mi accompagna e che mi fa ammirare sempre più gli infiniti microcosmi da cui siamo circondati, più che le grandi cose… e anche mi sembra che ho dentro una grande curiosità per la morte… è come una grande avventura che mi aspetta, è un appuntamento d’amore con me stessa di cui mi sono sempre sentita un po’ intimidita.
Pensavo… no… sono troppo piccola per morire e adesso quasi sono abbastanza grande per conoscere la morte e mi sembra una bellissima avventura.

 

Radici 
Radici è una parola antica ed è una parola vegetale.
Il nostro pianeta è al 99,07% di massa biologica vegetale, eppure noi ci crediamo così importanti… invece questi grandi esseri verdi stanno fermi centinaia di anni negli stessi posti. Chissà come vivono, cosa vedono di noi, cosa percepiscono del mondo questi giganti.
Le mie radici sono in parte russe ed in parte italiane… stanno nella follia e stanno nella poesia.
Molte delle mie radici appartengono alle parole.

 

Parole
Le parole, per me, sono il verso degli esseri umani, come per gli asini è il raglio.
Ho sperato tanto nelle parole, ho bussato tanto dentro le parole e ho anche spalancato le parole, anche fracassato le parole, accarezzato le parole. Le parole o la parola è in via d’estinzione e penso che dovremmo svegliarci, accorgercene, che tra le tante cose del nostro pianeta, che stanno morendo, ci sono anche le parole… averne tanta, tanta cura, coltivare una vera passione per le parole che ancora possono raggiungere l’altro.

Le parole sono il ponte tra l’io e il tu e spesso servono, invece, a dividere.

Vorrei leggerti delle poesie dei miei bambini che hanno lasciato una lingua e non hanno ancora trovato la successiva, l’italiano. Allora, questo è Hui Ming, cinese:
Le parole sono come fucili
il lancio dei dadi
la campanella che suona
il passero che canta
le parole sembrano le calamite
che si respingono.

E questo è Mark, 8 anni, filippino:
Sassi fanno troppo rumore
e puoi lanciarli.
Però puoi fare male
e devi stare attento
quando li tiri.
Come sassi
sono le parole.

 

Io
Io, dice una mia poesia, è tanti. E vorrei dirla tutta questa poesia.

Io è tanti
e c’è chi crolla
e chi veglia
chi innaffia i fiori
e chi beve troppo
chi dà sepoltura
e chi ruggisce.
C’è un bambino estirpato
e una danzatrice infaticabile
c’è massacro
e ci sono ossa
che tornano luce.
Qualcuno spezzetta immagini
in un mortaio,
una sarta cuce
un petto nuovo
ampio
che accolga la notte,
il piombo.
Ci sono parole ossute
e una via del senso
e una deriva,
c’è un postino sotto gli alberi,
riposa
e c’è la ragione che conta
i respiri
e non bastano
a fare tempio.
C’è il macellaio
e c’è un bambino disossato
c’è il coglitore
di belle nuvole
e lo scolaro
che nomina e non tocca,
c’è il dormiente
e l’insonne che lo sveglia
a scossoni
con furore
di belva giovane
affamata di sembianze.
Ci sono tutti i tu
amati e quelli spintonati via
ci sono i noi cuciti
di lacrime e di labbra
riconoscenti. Ci sono
inchini a braccia spalancate
e maledizioni bestemmiate
in faccia al mondo.
Ci sono tutti, tutti quanti,
non in fila, e nemmeno
in cerchio,
ma mescolati come farina e acqua
nel gesto caldo
che fa il pane:
io è un abbraccio.

 

Poesia
La poesia, per me, è una non specialità.
Non sapere niente di speciale, non sapere granché, ma… un immergersi nel non so… un ricevere le parole come arrivassero da una grande bocca misteriosa… e farsi tutto orecchi.
Diceva Paul Celan “la poesia è un dono fatto agli attenti, un dono che implica destino” e io sento una grande gratitudine perché la poesia è venuta a trovarmi quando avevo dieci anni e spero che non mi abbandonerà mai perché è la mia religione, cioè quella cosa che mi lega alla vita e che mi lega a tutti gli invisibili, soprattutto ai bambini che non vengono visti ne ascoltati e che grazie alla poesia possono trovare una lingua madre.

La poesia è la lingua di chi non sa parlare. Io mangio spesso da sola, mi guardo attorno e vedo le pentole e dico “buongiorno pentole, ma come va?” e prima o poi so che entreranno in una poesia. Vorrei che le parole più comuni entrassero nelle poesie perché se lo meritano, soprattutto le parole che riguardano gli oggetti che sono i nostri consorti. Grazie oggetti.

 

Casa
Casa per me è ovunque io senta tana e cioè un posto dove le persone hanno fatto una scelta di non violenza.
Sono rari i luoghi in cui mi sento a casa. Spesso non sono a casa, a casa mia, perché è un condominio ed io sono una pugile di condominio, nel senso che i diversi, nelle città come Milano dove vivo io, le persone delicate fragili hanno spesso una vita difficile nei condomini.
Casa è dove ci sono persone che sanno comunicare, casa dove c’è un gatto, forse anche un cane, dove ci sono degli alberi, dove c’è la possibilità di dormire senza essere troppo in pericolo.

Vorrei dire che… penso che un diritto importantissimo, che dimentichiamo, è diritto al sonno. Ci sono tantissimi bambini che non possono dormire perché vivono in climi di grande violenza. Casa è dove si può dormire.

 

Notte
La notte per me non è l’altra faccia del giorno… è una presenza.
La notte è stata, quando ero bambina, la mia grande battaglia per restare di me e non sbriciolarmi.
Quando tengo i seminari alle scuole elementari, ai bambini, non ho all’inizio riconosciuto i bambini Rom perché vengono da etnie, tante, diverse e non avevano, quindi, tutti gli stessi tratti, ma si ripetevano in alcuni bambini i temi legati alla notte.
Quando l’ho scoperto, ho interrogato una maestra e lei mi ha detto “per forza: sono Rom, vivono all’aperto”.
E avevano il mio stesso, la mia stessa percezione della notte come di un grande animale, come di una grande presenza e non solo dell’assenza di luce o dei cambi di luce o di una dimensione diversa, ma qualcosa di più.

 

Luna
La luna è legata, per me, alla notte.
In India si chiama Chandra, che è anche uno dei miei nomi ed è un nome sia maschile sia femminile.
Chandra è il principio della luna e nello stesso tempo è il principio femminile e la luna mi sembra la signora della notte e anche la sua compassione, la compassione che la notte può avere di noi e quindi darci questo filo di luce per contemplare meglio e riflettere sul buio profondo che c’è dentro di noi.
C’è una frase che amo molto di Victor Hugo che dice: “La contemplazione è saper guardare il buio così a fondo fino a veder la luce”.

 

Luce
La luce mi sembra qualcosa che non ha opposti, come la notte non è il contrario del giorno.
La luce non è il contrario del buio, sono luci nere.
Nella notte ci sono grandi luci, ci sono grandi comprensioni.

La luce mi sembra anche quel qualcosa che attraversa tutto il nostro mondo in un modo discreto, un po’ come il silenzio.
A me piace, per esempio, assaporare i diversi tipi di silenzio come accade osservare i diversi tipi di luce, come al nord è più bianca, al sud più gialla, o cambia… durante il cambio delle stagioni e anche nei cambi delle ore.
La luce è anche quello che, all’interno, ci dà una direzione nello smarrimento e quando sentiamo che c’è una parola o un viso o un’emozione che pulsa… come pulsa la luce.

 

Maestri
La definizione di maestro che amo di più è quella di un mio maestro che si chiama Ajahn Minindo.
È un monaco della tradizione buddista Theravada e lui dice “il maestro è colui che ti fa scoprire che non hai nessun bisogno di un maestro e che il maestro sei tu”.
È un lungo percorso arrivare ad essere maestri di se stessi… è quando inizi a capire che cambiare vuol dire diventare profondamente te stessa, adottare tutte le tue parti, anche le più scomode, dare il permesso di soggiorno a tutti gli io che sei e allora diventi maestro di te.

I più grandi maestri, per me, vengono non dal regno umano.
Sono stati tanti, tanti animali, molti alberi, la luna, la notte ed alcuni esseri umani, che però adesso cerco di misurare nel loro limite. Penso che un grande dono che si può fare ad un maestro o una maestra è accoglierli nella limitatezza del loro sapere e non pretendere qualcosa di più. Scoprire anche che ci sono momenti in cui è molto importante dire addio ad un maestro o una maestra e continuare da soli… vacillando.

 

Connessione
La connessione è quella cosa che ho cercato tutta la vita e che gli animali mi hanno dato a piene mani e anche gli alberi nel loro modo più discreto e silenzioso e anche più pudico.

Ecco, con gli esseri umani ho fatto tanta fatica a trovarla ed è arrivata attraverso il silenzio, attraverso la meditazione silenziosa, il poter stare giorni, settimane e anche mesi insieme ad altri esseri umani, senza parlarsi. Si diventa così sottili nell’ascolto che hai sete e qualcuno ti allunga il bicchiere, esattamente in quel momento.
Ho letto, tempo fa, che è questa la cerimonia del tè: offrire il tè al maestro nel momento in esatto in cui ha sete.

 

Mappa
Mappa è una parola che mi sta a cuore perché io sono cresciuta senza mappe, perché vengo da una famiglia di pazzi, in senso letterario, clinico.
La mia mamma era malata di mente e quindi non mi ha dato mappe se non delle mappe così vaghe, larghe, anche molto vacillanti per cui ho dovuto farmi sin da bambina delle mappe tutte mie. Per esempio, a scuola c’erano cose che non capivo e non capivo perché dovessero essere così, come ad esempio uno più uno che faceva due. Mi sembrava che uno più uno è un altro ed un altro, non poteva mai fare due.
Poi ho trovato la mappa che era di chiedere alla mamma: “ma… mamma, è una cosa fissa quella?” e lei diceva “si, è una cosa fissa”. E allora io accoglievo che ad uno più uno si doveva dire la parola due.

E così è stato tanto la mia relazione, molto scomoda, tra gli esseri umani. Questa assenza di mappe me la porto tuttora come una difficoltà molto grande, per esempio le persone dicono “come stai?”. A me sembra una frase così commovente e mi fermerei delle ore per rispondergli. Poi capisco che invece è qualcosa per reintrodursi e poi passare ad altro.

Non so leggere le cartine, ma mi so orientare con gli alberi per esempio, oppure con certi colori, certe luci, certe…
Ho anche scoperto ultimamente che in città, dove mi oriento poco, se immagino i percorsi per via aerea allora mi oriento benissimo.

 

Fermarsi
Fermarsi è una grande arte.
È un’arte umile, è quella di intuire quando siamo stanchi o quando abbiamo bisogno di camminare piano piano verso noi stessi e non più verso qualcosa o qualcun altro.

Fermarsi e ascoltare il battito delle cose, sentire il silenzio, le sue sfumature.
Noi viviamo in un universo che non finisce, che sta tuttora espandendosi e facciamo finta di niente. Forse fermarsi aiuta un po’ di più ad ammettere che siamo dentro ad una grande… stranezza.

 

Credits:
Soggetto e regia: Katuscia Da Corte
Montaggio audio/video: Simone Berti
Musiche: Near Light di Ólafur Arnalds
www.erasedtapes.com
Musiche: Leave everything away, Without Limits, The flying of a leaf di Mattia Vlad Morleo
www.mattiavladmorleo.com
Produzione: Italian Reloaded
www.italianreloaded.com

 

un grazie speciale a Katuscia Da Corte di Italian Reloaded e a Elisa Buoso

 

a cura di paolo raccanello

 

 


 

English version

 

Poetry and biodynamics with Chandra Livia Candiani

 

Long time now, I consider Chandra Livia Candiani a biodynamic poetess, an artist of the dynamics of life.
Chandra Livia Candiani offers us a vocabulary, a precious vocabulary, an incomparable vocabulary that strongly affects the way of bringing our discipline into the world.
A vocabulary that is exposed, offers itself and is offered to us by those who constantly enter life.
She talks about age, roots, I, words, poetry, home, night, moon, light, master, connection, map, stop.
Which connections light up these words in us? Which invitations?

What you will see and read are words of a meeting, an interview, an exchange between the poetess and Katuscia Da Corte, a teacher and a great cinema lover, whom I sincerely thank for offering us the opportunity to share both texts and videos brilliantly realized.
Thanks Italian Reloaded, thanks Katuscia Da Corte, thanks Chandra Livia Candiani.

 

Watch the video: https://www.youtube.com/watch?v=hYKClYTHkWo (copy and paste)

 

 

Age
Age is a mystery.
When I was a child and also a girl, I used to think that I would live at most until the age of 30.
I feel that childhood and old age are two periods of life in which we can finally release control of our minds, loosen our grip on life and say just what we think.

There is also less pressure to arrive somewhere, there is more delight in the journey than in the destination, there is a new slowness that accompanies me and which makes me admire ever more the infinite microcosms which surround us, rather than greater things. Also it seems to me that I have inside myself enormous curiosity about death, like it is a great adventure awaiting me, a romantic date with myself which has always daunted me, and I used to think “No I’m too young to die!”, whereas now I am just about old enough to experience death, and it strikes me as a beautiful adventure.

 

Roots
Roots is an ancient word, it is a word that stems from vegetation.
Our planet is 99,07% organic but we hold ourselves as very important, whereas these great green beings have been firmly here for centuries, in the same places, and who knows how they live and how they view us what do these giants perceive of the world.
My roots are part Russian and part Italian, but they also stem from madness and from poetry, and many of my roots belong to the words.

 

Words
Words are, to me, the cry of human beings, as braying is to donkeys, and I have placed much hope in words, and I have knocked much inside of words, and I have also thrust open words, I have also smashed up words, caressed words.
Words are dying out and I think we should wake up and realise that amongst the many things of our planet that are dying there are also words. And we should take all the care to cultivate a strong passion for the words that can still reach others.

Words are the bridge between me and you, and yet they are often used instead to divide, and I would like to read to you the poetry of my children at school on the theme of words.

These are often immigrant children who have left one language and have not yet found the next.
Their Italian is still very tenuous, like a child who does not yet know how to walk, and so to them words are the bridge to others, in a very literal way.

So, this is by Hui Ming, Chinese:
Words are like shotguns
The throwing of dice
The ringing of a bell
The warbling of a sparrow
Words are like magnets
That repel each other

And this is by Mark, 8 years old, Filipino:
Stones
Make too much noise
And you can throw them
But you can cause harm
And you have to pay attention
When you throw them
Like stones
Are words

 

I
I is many, as one of my poem says. And I would like to recite it all.

I is many
and there’s the one who collapses
and the one who keeps wake
the one who waters flowers
and the one who drinks too much
the one who gives burial
and the one who roars.
There’s a child uprooted
and a tireless dancer
there is slaughter
and there are bones
that revert to light.
Someone is crushing images
in a mortar,
a seamstress is stitching
a new breast
wide enough
to be a home for the night,
for lead.
There are bony words
and a way of sense
and some drift,
there’s a postman under the trees,
resting
and there is reason counting
breaths
and there’s not enough of them
for sanctuary.
There’s the butcher
and a child deboned
there’s the gatherer
of lovely clouds
and the schoolboy
who names without touching,
there’s the sleeper
and the insomniac roughly
shaking him awake
with the fury
of a young feral animal
hungry for shapes & forms.
There’s all the you’s
the loved ones & the ones pushed away
all the us-es stitched together
from tears and grateful
lips. There is
bowing with arms wide open
and swearing curses spat out
at the world’s face.
They’re all here, all of them,
not in a line or
in a circle,
but mixed like flour & water
in the warm gesture
that makes bread:
I is a hug.

 

Poetry
Poetry for me is not  something special.
Not much at all to be known but it’s to plunge into who knows what, to take in words as if they came from a big mysterious mouth and you’re there, all ears.
Paul Celan said that poetry is a gift given to those paying attention, a gift that points to destiny.  And I feel enormously grateful because poetry came to find me when I was ten years old and I hope that it never leaves me because it’s my religion, that is to say it’s the thing that connects me to life, and to all the invisible things, and above all to children who’ve been neither seen nor heard and who, thanks to poetry, are able to find a mother tongue.
Poetry is the language of the ones who do not  know how to speak.
Sometimes, as I often eat alone, I look around, I see the saucepans and I say “hello saucepans, how are you?”
And sooner or later I know that they will appear in a poem because they deserve to, above all words that talk back to objects, that are our partners. Thank you, objects.

 

Home
Home to me is wherever I feel a den, that is a place where people have made a choice of non-violence and there are rare places (in) where I feel at home.
Often I don’t feel at home not even in my own home because it is a block of flats and I am an opponent of block of flats, in the sense that those who live in cities like Milan, where I live, sensitive and fragile people, often have a difficult life in those flats. And home is where there are people that know how to communicate, home is where there is a cat, perhaps even a dog, home is where there are some trees, and where there is the possibility of sleeping without being in too much danger and I would say that a very important right, which we do not remember, is the right to sleep.
There are many children who cannot sleep because they live in an atmosphere of great violence. Home is where one is able to sleep.

 

Night
Night to me is not the other side of day, it’s a presence…
When I was a little girl, at night I used to have  my biggest battle to try to keep myself
in one  piece and not fall apart, at night…
When I hold my workshops with primary school students, at the beginning I did not immediately recognise Roma kids, as they come from different ethnic groups, so they do not look all alike, but I have come to realise that the night was a common topic amongst them.
As soon as I realised that, I asked  their teacher  to explain and she said “Of course, they are Roma, they all live outdoors”.
And they all seemed to have the same feeling about night as a big animal or a great presence and not just a lack of light, or changes of light or another dimension, but something more.

 

Moon
The moon is connected to the night and in India it’s called Chandra, which is also one of my names, and it’s both masculine and feminine: the prince of the moon is called Chandra, but at the same time it is the feminine principle. The moon to me seems to be the lady of the night, but also her compassion, the compassion that the night can have on us,  offering us this stream of light for better contemplation and for reflecting on the darkness that is inside us.

There is a sentence by Victor Hugo that I really love that says that “contemplation is being able to look into the darkenss sufficiently deeply to see the light”.

 

Light
Light, to me, is something that does not have its opposite.
As night is not the inverse of day, so light is not the opposite of dark.
There are black lights. Even at night there are great lights, there are great understandings.
Light to me is also something that stretches across our world in a subtle way, perhaps like silence.
So for example I like to savour different types of silence and to observe different types of light, just as in the North is whiter while in the South is golden, and how it changes as the seasons change, as the time of day changes.
Light is also what guides us inside out in times of trouble, when we feel there is a word, a face or a feeling that vibrates like light does.

 

Master
The definition of master that I love the most is from one of my masters called Ajahn Minindo, a buddhist monk from the Theravada tradition, when he says: “A master is the one who makes you understand that you do not need any master, because in fact you are the master”.
And it takes a long journey to become master of oneself, and it happens when you start to realise that the process of changing means to become truly yourself, which embraces every part of yourself, even the most uncomfortable ones.
Then you give yourself permission to be all the “I”s that you are, and in that moment you become the master of yourself .For me, the greatest masters don’t come from the human realm.
There have been so very many animals, many trees, the moon, the night and some human beings,  though I attempt to accept their limits.
I believe that the greatest gift you can give to your masters is to accept the limitations of their knowledge without seeking anything more, and then to discover that there are moments when it’s very important to say goodbye to your masters, and to continue falteringly by yourself.

 

Connection
Connection is what I’ve been after all my life and this is something that I learned from animals as well as trees through their discreet, quiet and more delicate way.
In my case, with human beings it is much more difficult to reach connection and I achieved it through silence, through silent meditation, through the capacity of living for entire days, weeks, even months, together, without talking to each other.
It becomes so instictive that if you are thirsty the other person immediately gives you something to drink.
And I read a while ago that this is the essence of the tea cerimony, that one offers tea to the master exactly at the moment he feels  thirsty.

 

Map
Map is a word close to my heart because I grew up without maps, coming from a family of mad people, in the clinical sense, literally.
My mother was mentally ill and so did not give me any maps, except only vague ones, undefined and shakey ones, so that since childhood I had to make my own maps. For example at school there were things I didn’t understand and I didn’t understand why they had to be that way, for example the fact that one and one made two.
To me it seemed that one is one, and the other is the other, and could never make two.
Then I found the map which was to ask my mother: “Mum, is that the way it has to be?” And she said, “Yes, it is.”
And so I welcomed the fact that one and one was given the name two.
So this gave me an uncomfortable relationship with other human beings, I still experience this lack  of maps  as a great absence in my life.
For example when people say, “How are you?” this seems very moving to me, and this could keep me talking for hours, and then I realise that actually, this is just a greeting before passing on to something else.
I don’t know how to read maps, but I know how to orientate myself by the trees for example, or by certain colours, or lights, and I have recently discovered that in the city, which I’m actually not so familiar with, if I just imagine the streets from above, I can orientate myself very well.

 

To stop
To stop is a great art, a humble art, to realise when we are tired and when we need to walk slowly toward our true selves and not live based on something else or someone else.
To stop is to listen to the beat of things, to hear silence and its shades…
We live in an infinite universe that is still expanding even though we pretend not to notice.
To stop is perhaps to admit that we are inside a great strangeness.

 

Credits:
Subject and direction: Katuscia Da Corte
Audio and video editing: Simone Berti
Music: Near Light di Ólafur Arnalds
www.erasedtapes.com
Music: Leave everything away, Without Limits, The flying of a leaf di Mattia Vlad Morleo
www.mattiavladmorleo.com
Production: Italian Reloaded
www.italianreloaded.com

 

 

 

a special thanks to Katuscia Da Corte of Italian Reloaded and Elisa Buoso

 

edited by paolo raccanello

 

Cara operatrice e caro operatore,

la Biodinamica è una cosa molto importante.

Ci stiamo chiedendo cosa significa per te questa parola, questo modo di essere…

Usa parole dedicate e puntuali, le tue vere parole, le poche parole… e scrivile negli spazi qui sotto o nella nostra pagina facebook da QUI.

Alcuni di voi hanno risposto così:
– Mi piace pensare di essere parte di una corrente fluida ed armoniosa. Non è sempre così, la vita è ben altro ma la mia attitudine biodinamica mi porta ad attutire i colpi piu’ forti. La soddisfazione è quando come operatore, fornisci all’Altro la possibilità di farlo. Contenta di essete biodinamica. A voi, cari.
– Sentire il Motore propulsore che gira anche quando sto ferma…
– Sentirmi in movimento nella vita di ogni giorno…

E tu?

Ti ringraziamo molto

Emilio Del Giudice

 

Le geografie fluide di Emilio Del Giudice e Gerald Pollack: la Quarta fase dell’acqua

 

Il fisico italiano Emilio del Giudice in questa conferenza parla di una proprietà dell’acqua scoperta da Gerald Pollack. Una scoperta che chiarisce uno dei misteri più grandi della biologia, evidenziato già negli anni Cinquanta del Novecento dal premio nobel per la medicina Albert Szent-Gyorgyi.

Facciamo un breve riassunto. Nella materia vivente succedono una grandissima quantità di reazioni chimiche. Queste sono possibili solo se una qualche sostanza sia in grado di liberare elettroni. Ma quale tra le sostanze presenti nella materia vivente è in grado di liberarli?
Ecco il mistero. Gyorgyi pensa che sia l’acqua. Eppure occorrono 12,6 elettronvolt per liberare un elettrone di una molecola d’acqua. Cosa che richiede un livello di energia (nucleare o termica) incompatibile con la vita.

Da dove vengono allora gli elettroni che servono per le reazioni chimiche che accadono continuamente nel corpo?
Come aveva intuito Albert Szent-Gyorgyi questi vengono proprio dall’acqua. Ecco il racconto di Emilio del Giudice.
All’inizio degli anni 2000 il fisico americano Gerald Pollack dell’Università di Seattle, ha osservato sperimentalmente che l’acqua vicino alle superfici, per una profondità di vari micron, è un’acqua che ha proprietà diverse da quella sfusa (bulk) e che è capace di cedere facilmente elettroni.
La molecola d’acqua, quando è isolata, richiede 12,6 elettronvolt per liberare un elettrone, ma la stessa cosa non è vera quando questa stessa molecola sta insieme ad altre molecole d’acqua e quando è vicina a una superficie.
Dobbiamo ricordare che nella materia vivente tutto è organizzato attraverso membrane e che non c’è punto del nostro organismo che disti più di 1 milionesimo di centimetro da una qualche membrana. Questo significa che non c’è molecola d’acqua (il 99% di tutte le molecole presenti nel corpo sono d’acqua) che disti più di 1 milionesimo di centimetro da una membrana.
Pollack dimostra quindi che l’acqua vicina a una membrana ha una natura diversa e che è sufficiente mettere in questa acqua l’estremità di un filo elettrico per avere una corrente. Questa corrente, secondo Pollack, è l’espressione di quella che anticamente si chiamava la forza vitale. Una specifica forma di energia che è al lavoro negli organismi biologici.

Del Giudice descrive un esperimento di Pollack. “Riempie di acqua un recipiente le cui pareti sono fatte di sostanze proteiche idrofile, poi versa tracce di colorante, osserva questo liquido colorato con un potente microscopio e che cosa scopre? Che il colorante non si scioglie uniformemente ma lascia delle zone oscure in vicinanza delle pareti. Chiama questo strato zona di esclusione. In altre parole dimostra che i soluti non possono penetrare in questa zona. Non solo, Pollack scopre che in questa zona è facile che l’acqua ceda elettroni. Nell’acqua che ha queste caratteristiche particolari non si scioglie niente e i soluti restano sulle superfici e si organizzano sulle superfici.
Ecco qual è il meccanismo che dà luogo alle morfologie biologiche. Se abbiamo queste regioni di acqua in cui non penetra niente, nelle intercapedini tra di esse si addensano i soluti. E così che si formano delle architetture, delle strutture che hanno una loro morfologia e che sono la radiografia dei domini di coerenza dell’acqua. In altre parole queste strutture ricalcano la struttura delle regioni organizzate dell’acqua quelle che Pollack chiama zone di esclusione.
(A cura di Rosella Denicolò)

Il Prof. Gerald Pollack sarà presente alla conferenza A.CS.I. il 27/28 ottobre 2018. Clicca QUI per info.

 

 

 

La bellezza non ha causa: 

esiste.

Insegui e sparisce.

Non inseguirla e rimane.

 

Sai afferrare le crespe

del prato, quando il vento

vi avvolge le sue dita?

 

Iddio provvederà

perché non ti riesca.

 

Beauty—be not caused—It Is–

Chase it, and it ceases–

Chase it not, and it abides–

 

Overtake the Creases

 

In the Meadow—when the Wind

Runs his fingers thro’ it–

Deity will see to it

That You never do it–

 

(Emily Dickinson)

 

 

L’umiltà è risuonare con l’animato

Sicuramente ci è successo di passeggiare al centro di un prato.
Ci accorgiamo che la morbidezza del suolo arrotonda il taglio del nostro passo. Questo andare crea piccoli ed invisibili gorghi d’aria attorno a noi, dissestando di poco lo spazio attorno.
Questo spazio ci accoglie, invita a deporci, ad entrare in sintonia, lo sa fare da sempre. Ci sganciamo, ci abbassiamo.
Sentiamo più vicini a noi i fili d’erba che ricalibrano un istinto e ci rimpiccioliscono. Allora scendiamo per ascoltarli, ci facciamo vegetali, anzi, accade. Nasce una coreografia sincrona, una sensazione chiara e morbida di provenienza certa, di comunanza certa: siamo sempre noi.
C’è un semplice stare insieme, come bimbi.

Lo spazio ancor più semplifica, quanti cuori sentiamo pulsare. È un flusso di cuore, di intenti senza risparmio e fatica.
È la forza della vita che è impregnata in ogni essere. Questa è l’evoluzione comune, senza classifica alcuna, senza verticalità, tutto allo stesso piano. Sentiamo tutto ciò, ora, che ci permea. Non è un’idea, è una sensazione sentita.
Sensazione sentita dalla quale emerge un tutto evoluto allo stesso modo; non esiste specie o categoria con un più o con un meno accostato. Ogni cosa o essere sta al proprio posto, proprio ora, impossibile accordatura migliore.

Ecco che in tutto ciò può sorge una domanda: quale esseri umani che siamo, facciamo parte veramente della specie più evoluta? Affermiamo di essere la specie più evoluta, ma sentiamo un’incompletezza in questa affermazione, proprio perché è ferma. Se fossimo gatti potremmo dire che noi, quali appartenenti alla famiglia dei gatti, apparteniamo alla specie più evoluta, per una serie concreta di ragioni. La stessa cosa se appartenessimo al regno vegetale.
Quindi cosa ci fa dire che siamo i più evoluti come specie?
La pianta potrebbe dire nel suo linguaggio la medesima cosa?
Gli esseri vegetali, noi, quali esseri umani, gli esseri minerali, gli esseri animali hanno in comune la parola essere e l’essere è essere perché animato.
È animato ad essere ciò che è: ha un’anima.
Cos’è che sostiene da dentro e da fuori tutta questa animosità, questa spinta ad essere animati in ciò che si è, quella cosa comune per tutti, che fa distinguere le nostre bellezze?
Possiamo riconoscere ed accogliere la realtà di non esserne pienamente consapevoli, ma profondamente sappiamo di ricoprire il nostro proprio posto perfettamente, senza scampo e al meglio.
Quindi, come poter arricchire la nostra consapevolezza percependo l’intrinseca natura di quello che ci circonda e di quello che ci permea?

Palesemente e per sua natura, la forza di gravità ci invita a cedere per accedere in presenza.
Per sua natura la forza di gravità ci invita all’umiltà, all’umiltà, all’umiltà. E’ gratuita. Potremmo così scoprire che non esiste l’inanimato e sentirci compagni in compagnia.
C’è un Soffio che sostiene ogni cosa, ci sostiene: se ci sintonizziamo lo possiamo sentire e sentire lo spazio che si amplifica. Emerge una percezione di noi più concreta e vitale poiché risuona con l’animato di ogni essere.
Il mio centro insieme a… Il nostro centro insieme a…
Sempre ed in modo creativo emerge quell’intenzione, quell’innata capacità di connetterci alla sorgente che ci sostiene, ci protegge e ci evolve per tutta la vita.
Questo Soffio ha molte forme e fa sempre il tifo per noi.

Con quale forma appare ora in te il Soffio di Vita?

 

 

paolo raccanello

“Ogni cosa è riflessione del processo fluente dell’acqua” (Anonimo)

Ci piace parlare di acqua. In generale ci piacciono i fluidi, le loro dinamiche, quello che si nasconde dietro alle loro dinamiche. Scoprire, poi, che il generatore di quelle dinamiche ha fornito potenza a quell’assemblea di intenti, quell’insieme di tensioni coordinate e fluide che ci hanno scolpito.

Allora… cosa sostiene la costante vitalità dei fluidi? Cosa li accorda in quel modo?
Quel fluido dentro ai fluidi, quel qualcosa che muove ogni cosa possa avere in sé anche un solo accenno di qualità fluidica, quell’Intelligenza (1)
È quel qualcosa che fa un grande lavoro per noi e con noi.
Che cosa ne è di quella profonda Intelligenza se cerchiamo di correggere o dirigere il flusso degli eventi?
Quando qualcosa di meccanico prende il sopravvento, spostiamo istantaneamente quella saggezza di lato e ci accorgiamo che il meccanicismo non è poi così intelligente.

“Usate le vostre mani come per toccare un bambino. Quando l’energia scorre in voi, perché premere così forte per andare in profondità?” (Haven Treviño)

Affidarsi al fluire è un modo immediato per accedere a quella saggezza originaria, percepita non solo nostra ma di tutti.
Questa saggezza è presente in tutte le cose, è quell’istintivo fluire che ci fa scorgere la perfezione degli accostamenti, la puntualità delle manifestazioni, la giusta direzione, quella potenza creativa, quella sacra e misteriosa grinta che… “collega tutta la creazione alla sua Fonte.(cit. Sills)
Tutte queste sono manifestazioni del Breath of Life (2).
Il Breath of Life organizza e prima ancora genera le forze organizzative dello sviluppo.

Accostandoci alle manifestazioni del Breath of Life, avete mai visto alcune sequenze di uno sviluppo embrionale?
Guardate qui https://vimeo.com/242564740
Avete notato con quale ordine “concertistico” tutto si muove all’unisono? Qui si manifesta l’ingegno, il tributo, il flusso consacrante, quel modo di dire “si”.
Parlando di organizzazione, descrivendo un po’ come si manifesta quel “si”, Jaap Van der Wal a riguardo ci dice: “sapete come iniziate? iniziate come uno zigote e lo zigote non è una cellula. 
Così è come appare una cellula uovo…O…e così è come appare uno zigote…OVedete le differenze? Non potete vedere le differenze… non con questi occhi!”  Ci dice ancora “…la natura vivente è sempre in movimento…” 

Questo è l’organismo in ri-organizzazione, continuamente e stabilmente puro.
Tutto ciò ha senza dubbio in sé qualcosa di commovente.

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  1. Franklyn Sills dice: “l’Intelligenza Creativa è un termine che denota l’intelligenza misteriosa da cui emerge tutta la creazione e tutte le cose sorgono e ritornano. Il Dr. Sutherland usava il termine Intelligenza con la I maiuscola per indicare l’intelligenza intrinseca al lavoro nel sistema umano e per tutta la vita.”
  2. Ancora Franklyn Sills sul Breath of Life: “è il termine coniato da W. G. Sutherland. È quella presenza misteriosa e sacra che collega tutta la creazione alla sua Fonte. Come parte delle sue funzioni creative, il Respiro di Vita genera le forze ordinatrici della respirazione primaria-vitale e le sue potenze organizzative. Quando il Respiro di Vita arriva all’apice della consapevolezza, il cuore si apre in amore e compassione per tutti gli esseri viventi. L’esperienza del Respiro di Vita in una sessione ha totalmente cambiato la modalità del lavoro del Dr. Sutherland.”

 

 

 

paolo raccanello

Nella Biodinamica Craniosacrale, per prima cosa, ci si orienta alla salute.

Salute intesa come ingrediente portante e permeante l’organismo umano, salute presente sin dal concepimento, la salute stabile, al di là delle condizioni.

Stabilità come continuità, continuità come la naturale propensione dell’acqua a voler essere sempre in relazione intima.

Salute ed intimità, salute come l’acqua, l’acqua originale.

È un insieme accorto, molto accorto. Basta una sola cellula fuori posto che tutto l’organismo si riaggancia a quella matrice di salute, la salute d’acqua, l’acqua che conforta.

Qui il Breath of Life ancor più “idrata” l’acqua, la imbibisce di forza creativa per riproporre un’esperienza nuova ed atavica insieme. È la salute che da sempre ci abita e che sempre ci ha accompagnati e nutriti, sostenendo tutta la natura del nostro processo evolutivo.

Siamo costantemente in contatto con le radici della nostra evoluzione, un contatto intimo, un sapere intimo ed originale poiché eravamo e siamo acqua. (cosa direbbero Pollack o Margulis?)

E qui sorge la magnificenza di poter scorgere quel contatto in noi operatori e di poterlo contemplare nell’altro, il cliente. Abbiamo sempre a che fare con la nostra acqua relazionale, che imperterrita cerca l’altro e lo fa sempre in equilibrio. È adornata dal Breath of Life.

L’acqua in quanto acqua si eccita alla sola relazione.

Quanto di ciò ora sento?

Con tutto ciò, quanto mi sento saggio?

La nostra cultura genera classifiche, separazioni, divisioni in parti, reattività.

Queste cose l’acqua non le conosce poiché l’acqua per sua natura è biodinamica. Possiede la potenzialità, anzi è potenzialità manifesta del Breath of Life.

La qualità relazionale dell’acqua è molto generosa, una relazione in continua espansione. Ma noi operatori, fino a quanto riusciamo a scorgere questa sua generosità in quiete, indipendentemente dalle circostanze condizionanti?

E… se ci orientiamo alla salute, come onoriamo gli eventi?

 

 

paolo raccanello

Appunti biodinamici tratti da una conversazione tra Gabriella Caramore ed Enzo Bianchi, una domenica mattina.
QUI potete trovare la prima parte dell’articolo.

“Il dono è un’esperienza che nel tempo molti antropologi hanno descritto, poiché è conosciuto ovunque.
Noi vediamo che nella vita delle persone ci sono dei momenti in cui si sente il bisogno del donare, perché il donare è insito nell’uomo. È una maniera per onorare la relazione, di dire che crediamo nell’esistenza dell’altro, che abbiamo fiducia nell’altro, che siamo contenti che l’altro ci sia, che noi in qualche misura vogliamo volergli bene. Allora gli facciamo il dono.
L’uomo conserva questa capacità, perché in ognuno di noi c’è questo bisogno profondo, il bisogno di dire “faccio qualcosa di gratuito”. Questo è straordinario!
Anche nell’uomo più egoista ci sarà un momento in cui emergerà la gratuità: finché c’è quel momento, lui resterà uomo.
Poi dovrà certamente in qualche misura mutare quando qualcuno avrà un comportamento non buono, ma il fatto di essere uomo lo porta, prima o poi, a riconoscere che è capace di fare un gesto gratuito.
Allora, comprendiamo il fatto di aver fatto un dono, comprendiamo il fatto di averlo fatto.

Il vero dono che uno può fare è innanzitutto il dono della sua presenza; poter dire ad un altro “io sono qui”…. ma detto, oserei dire, con attenzione all’altro e con la disponibilità all’altro.
Un po’ come dirgli: “io ti offro innanzitutto la mia presenza”; “sono qui, sono qui con te”; “sono qui accanto a te”. Questo è quello che garantisce che tutti i doni siano autentici.
Se c’è questa disponibilità, diamo qualcosa di noi, diamo la nostra presenza, diamo qualcosa che è il nostro tempo.

Non sempre sappiamo dare cose agli altri, a volte siamo maldestri, a volte interpretiamo male il bisogno degli altri, a volte addirittura non sappiamo parlare la loro lingua. Facciamo semplicemente capire “io sono qui con te”. Credo che molti di noi abbiamo bisogno soprattutto di percepire questo “io sono qui con te” nella vita familiare, quando siamo malati, quando ci sentiamo vecchi. Non abbiamo bisogno di altro se non che di qualcuno che ci dica “io sono qui”, “voglio stare un po’ di tempo con te”, “ti do la mia presenza”.
Quello è il dono, secondo me, dal quale possono scaturire tutti gli altri doni, in sincerità.
Quindi non lasciare l’altro da solo, non lasciare te stesso solo.
Prima di tutto, donati la tua presenza, parti da te.”

 

 

 

a cura di paolo raccanello