Si stima che solo negli Stati Uniti il 70% della popolazione abbia un qualche tipo di esperienza traumatica nella propria vita. Circa 25 milioni di persone e fra queste almeno 5 milioni svilupperanno la sindrome da depressione cronica. Nel mondo si stima siano 350 milioni.

Questi dati ci aiutano a comprendere l’attenzione che va dedicata a questa malattia, poiché di vera malattia si tratta. Gli esiti sono mancanza di determinazione, confusione mentale, assenza alla partecipazione degli eventi nella propria vita, assenza di valore personale, disagio a stare con se stessi e molti altri. Nella maggior parte dei casi i traumi che più condizionano vengono vissuti nei primi anni di vita.

È un processo deleterio quello che accade nel cervello perché il risultato è mancanza di produzione di dopamina e di endorfine, che risultano pressoché assenti. Queste sono sostanze basilari, atte a darci un senso di direzione nella vita e incentivarci a perseguire gli obiettivi. La loro assenza porta la persona a ricercare all’esterno un loro supplente, le droghe ad esempio creano scariche di dopamina nel cervello, così come tutte le altre dipendenze.

 

Lo strumento della Biodinamica è eccelso nel sostenere un riequilibrio in questo senso. In realtà sempre più studi evidenziano, finalmente, come il corpo funzioni in base alla percezione che abbiamo degli accadimenti esterni e di come sia regolato dalle leggi della fisica, e non della chimica come abbiamo creduto e impostato la medicina negli ultimi decenni. Le ferite emozionali, soprattutto quelle che hanno radici in giovane età, producono memorie continue che determinano cosa siamo diventati, in quali limiti ci siamo rinchiusi. È inutile sovraccaricare un sistema già danneggiato con buoni consigli o incitamenti a vivere la propria vita. Bisogna togliere. Togliere tutte quelle memorie che sono stipate nel tessuto interstiziale e che determinano le nostre caratteristiche. Far ripartire la centralina che fornisce corrente ai processi cerebrali che governano le ghiandole, perché in realtà sono esse a regolare la vita.

 

La Biodinamica permette alle memorie di essere rilasciate. L’abbiamo sperimentato ripetutamente. Questo processo avviene perché il Guaritore Interiore è sostenuto, dal mio punto di vista. I traumi ci rinchiudono nella convinzione di non essere amati e non essere voluti, di non essere degni di amore. Questa per mia esperienza è la matrice di comportamenti che portano anche ad atteggiamenti vittimistici, per cui non siamo mai i capitani della nostra nave, o per esserlo eccediamo in prevaricazione e dipendenza dal potere.

La Biodinamica riporta equilibrio, perché sostenendo ciò che già esiste ma non ha la forza di agire, il sistema si riposiziona sul tracciato della sua natura. La dopamina inizia a essere di nuovo prodotta, le endorfine vengono prodotte perché con l’alleggerimento delle obsolete memorie è più facile provare gioia per le cose, fino ad arrivare a una chiara percezione di se stessi e della propria presenza in questo mondo e quindi la spinta a voler dare un senso alla propria vita.

 

Sono passi graduali, spesso non occorre nemmeno molto tempo. La Biodinamica influisce sulla percezione di essere sostenuti ed amati, porta a una visione di sé di gran lunga oltre quello che pensavamo di non essere, fino alla scoperta che siamo, e abbiamo tutto il diritto di essere.
Siamo fatti di fisica e impulsi elettrici, il nostro corpo contiene tutto ciò che siamo o che abbiamo archiviato, e soprattutto tutto questo complesso sistema si forma in base alle emozioni che proviamo. Sono le emozioni che prefissano il nostro domani, sono loro il capitano della nostra nave perché esse regolano i processi di tutte le sostanze che vengono prodotte. Quello che forse dimentichiamo è che siamo noi i creatori delle nostre emozioni. Produrre emozioni più equilibrate è l’inevitabile processo che avviene affidandosi alla Biodinamica e al dispiegarsi delle forze che pone in campo, il nostro campo, un grande e vasto spazio non delimitato da tutte quelle barriere e confini che creiamo nella nostra test.

a cura di Patrizia Massi

 

Patrizia Massi
Nata nel 1959, operatrice in Biodinamica opera nel suo studio in provincia di Novara. Ha ideato il metodo Campo Unificato Miofasciale, che si basa sulle leggi di fisica e del magnetismo esistenti nel corpo, tramite il quale restituire benessere e coscienza di sé alle persone.

Poiché noi siamo dove non siamo. 

Pierre-Jean Jouve

 

La Biodinamica, lo dice la parola stessa, è vita; in quanto tale, si muove, generando di volta in volta nuove esperienze. Così come non ci si bagna due volte nello stesso fiume, non esiste una sessione uguale all’altra, perchè la Biodinamica, declinata nel corpo, è l’insieme delle forze in gioco, che sostengono il processo vitale e si muovono nel campo.

ll campo, cos’è.

Il campo è adesso, dove siamo. Lo spazio, la stanza, le persone, le pareti e i complementi d’arredo, i profumi e i rumori, la temperatura e le dimensioni, la natura.
E’ un fenomeno con cui stabiliamo una relazione, che diventa esperienza.
Il campo è anche ciò che non si vede: le nostre storie, i nostri ricordi, le nostre esperienze pregresse, custodite nelle nostre cellule, nella nostra memoria mitocondriale.
Quando siamo, e agiamo, nel campo biodinamico, dove si compie la sessione di lavoro, è fondamentale considerare gli aspetti visibili e invisibili, senza trascurare ciò che accade nel corpo.

Tenerli tutti insieme è un vortice di equilibrismi che presuppone presenza e consapevolezza di quanto sta accadendo, anche se è una difficoltà che svanisce immediatamente quando si accede ad uno spazio sicuro, un moto sottile e autentico: il Sentire. Originato dalla relazione del corpo nello spazio, diventa un sostegno prezioso, per noi e il campo.

Ognuno di noi ha, ed è, un campo.
Ognuno di noi ha, ed è, una storia (eventi vissuti, persone incontrate, spazi condivisi…).
Ognuno di noi è un campo dentro un campo, a sua volta dentro un campo, e così via, fino a generare una rete infinita e condivisa di campi.

A questo punto, la mia domanda è: siamo noi che sosteniamo il campo, o è il Campo che sostiene noi?

Nel primo caso, sostenere il campo significherebbe mediare con la nostra individualità, egoica, operando un processo di frammentazione, una separazione, e noi tendiamo all’unità, all’integrazione, al mettere insieme.

Viceversa, se poniamo prima il Campo, e successivamente noi come parte integrata, siamo automaticamente all’interno di in una rete più grande, stretta, resistente, resiliente, cosciente, che ci sostiene, per essere.

di nuovo dentro al mondo […], immersi – così come il pittore che affonda nella materia di cui si nutre per dipingere o il musicista che respira la sonorità stessa dell’atmosfera – nello spazio immaginativo, tra uomo e natura, in quel diaframma che ricuce lo strappo, che lo guarisce”
(Mottana, 2004, p. 72, in Poetica dello spazio educativo, Marina Barioglio, 2018)

In questa seconda visione, ben descritta dal filosofo Paolo Mottana nella sua analisi immaginale dello spazio, il Campo è un elemento di forza determinata a definire il campo della sessione, che diventa così  una scheggia ologrammatica del primo; più o meno la stessa relazione che intercorre tra inconscio individuale e inconscio collettivo, che si offre come spunto per una riflessione futura.

 

Cristina Ferina

 

Influenzare la realtà

Mi piace fare parallelismi, quasi per ogni situazione. Generalmente affianco la fisica quantistica, perché è il fondamento della vita stessa. E questo vale anche per Biodinamica.

A tutti gli operatori è stato insegnato di imparare la tecnica e scordarla completamente. Ha un senso questo.

La fisica quantistica dice che l’osservatore influenza la realtà. Non solo la influenza, la modifica, solo per il semplice fatto che la sta guardando. Osservatore significa che non interviene, non giudica, non valuta. Guarda, e questo è tutto ciò che fa.

Quando ci avviciniamo a un corpo per intervenire in modo biodinamico sappiamo che in realtà non interverremo affatto, sappiamo che creeremo il contatto in modo quasi sacro perché sappiamo, senza sapere, con cosa entreremo in contatto. Ci avviciniamo quasi trepidanti, perché ogni volta è un viaggio anche per noi, perché ogni volta quel punto di quiete raggiunto modifica anche noi.

È proprio osservando l’onda della vita che pervade il corpo, sentirla nelle mani, esserne attraversati fino a non comprendere se siamo noi o è il corpo in contatto o entrambi. Fino a quando tutto scompare e non esiste nemmeno il pensiero. E noi, operatori, cosa facciamo noi? Niente, ne facciamo parte osservando. I più grandi risultati si raggiungono quanto meno pensiamo di fare, tanto più rimaniamo osservatori neutri.

Le persone riferiscono puntualmente di aver cambiato atteggiamento nei confronti della loro vita, di aver trovato serenità e di essere uscite dalla visione drammatica delle situazioni.

La frase finale del film Next pronunciata da Nicolas Cage enuncia: “Così succede, quando guardi una cosa quella si trasforma per il semplice fatto che l’hai guardata”.

Se la Biodinamica modifica la visione sulla vita della persona, perché può farlo solo tramite l’operatore quando evidentemente è già presente? Perché occorre che qualcuno la riconosca.

Se un albero cade nella foresta e nessuno lo sente, fa rumore? Non è una domanda di filosofia orientaleggiante, questa domanda è stata posta nel ‘700. Ai giorni nostri la scienza ha confermato che no, non fa rumore. Perché le vibrazioni della caduta producano suono necessitano di un apparato uditivo che le riconosca.

Ecco perché l’osservatore influenza la realtà, semplicemente perché la interpreta.

Ho provato, nel massimo momento di quiete, a percepire connettendomi all’onda di vita che attraversa il mio corpo. È fantastica questa esperienza, pure niente di paragonabile a quando sono io a ricevere una seduta di Biodinamica, durante la quale non devo intervenire con nessun pensiero o sensazione o attenzione. Forse occorre, come per l’albero caduto, un altro apparato uditivo che la riconosca. Tutto è già presente e non manifesta il suo più alto potenziale fino a quando qualcuno non lo riconosce perché riconoscendolo gli dà un nome e lo porta in manifestazione piena.

a cura di Patrizia Massi

“Sviluppare la facoltà immaginativa significa arricchire la nostra umanità, in quanto è una delle più alte attività spirituali dell’uomo”.

Jung

 

In più di dieci anni di pratica, senza pretesa alcuna, ho cercato, per varie necessità, prima tra tutte quella didattica e pedagogica, di collocare, per quanto possibile, la Biodinamica, trovandole un posto d’eccellenza tra gli scaffali delI’mmaginale e del Fare Anima, concetti che si radicano nella Psicologia del Profondo, prima di Jung, intellettuale fuori dallo schema, e poi di Hillman, suo discepolo, che, nel riperderne la visione, l’ha anche ampliata.

L’Immaginale è la terra di mezzo, al confine tra visibile ed invisibile, foriera di una simbologia primitiva e spontanea, equilibrante l’attività mentale e cognitiva, imbevuta di logica e razionalità. L’Immaginale non è solo una dimensione simbolica, è una qualità presente in tutti, da risvegliare, perchè conduce nei regni delle infinite possibilità. Qui, niente è giusto, niente è sbagliato. Tutto è. Senza giudizio, senza aspettative. A parlare, sono le immagini.

Il Fare Anima è la capacità di leggere, al di là di ogni interpretazione, il messaggio profondo e autentico veicolato dalle immagini, espressione assoluta dei miti, contemporaneamente all’origine, e regolatori, dell’umanità.

Si distinguono un Fare Anima, individuale, proprio di ognuno di noi, e uno collettivo, Anima Mundi, che porta ad incontrarsi in uno spazio simbolico: la radura, la stessa che si apre innanzi a noi durante una passeggiata nel bosco, da cui è possibile, mentre si riposa, apprezzare il mondo circostante. La radura riporta al concetto, naturalmente simbolico, di recinto sacro, di témenos, all’interno del quale si svolge il rito, incarnazione della Sacralità, legame tra gli uomini, comunicazione con gli dei[1], che, nello scongiurare l’ineluttabilità della morte, riporta in vita, con una continuità fenomenologica, gesti antichi. E’ un eterno presente, dove il tempo lineare viene sostituito da quello circolare. Tutto si svolge adesso, perfettamente, così com’è (e dove tutto si è appena svolto e si svolgerà).

In Biodinamica, accade, si può dire, lo stesso; la dimensione cosciente, in cui si svolge la seduta, il témenos, si approfondisce sempre di più. I sistemi, del cliente e del praticante, pur mantenendo la loro specificità, si contaminano reciprocamente nel campo relazionale, diventando il punto di origine di una ritualità, non arbitraria, non intenzionale, bensì necessaria.

I movimenti sottili percepiti nel campo compongono immagini attive e senzienti, che si esprimono in una lingua ancestrale ed archetipica, compresa istantaneamente dal nostro inconscio e dal nostro cervello più antico. La capacità di parlare per immagini è la prima forma di comunicazione degli uomini (basti pensare alle incisioni rupestri).

Con l’Immaginale siamo in contatto con la nostra autenticità, che ci guida come un faro nella notte. Ritorniamo ad uno stato primitivo, senza pregiudizi, senza sovrastrutture. Ci ripuliamo da tutto il superfluo, dalla confusione.

Si operano, sia nell’Immaginale sia nella Biodinamica, con un effetto rete, una integrazione e superamento di schemi inerziali, individuali prima, e collettivi poi, facendo esattamente e sempre la stessa cosa, Anima, con le stesse risorse, le immagini.

 

Cristina Ferina

[1] Quaderni di Eranos, Il Rito (Neumann, PortmanN, Scholem)

Come dice Michiu Kaku, fisico giapponese:

“I fisici sono fatti di atomi. Un fisico è il tentativo di un atomo di comprendere se stesso.”

Quindi un operatore in Biodinamica comprende se stesso mentre svolge il suo lavoro? È un mondo affascinante, quello in cui ci si cala, sia per l’operatore che per il cliente.

Il liquido cerebrospinale, quella che viene definita respirazione primaria, è il motore automatico che fa accadere le cose nel corpo. Automatico perché funziona senza che ne siamo consapevoli, tramite un pompaggio ritmico della pressione prodotta dal liquido stesso. Il dott. Sutherland, medico che scoprì questo meccanismo, disse che questo sistema era benedetto con un soffio vitale. Questo è ciò che si intende quando si parla di Marea. Quando si parla di Biodinamica si parla della vita. Nessuno potrebbe davvero definire cosa sia la vita. Parlavo con mia figlia quando era piccola, mentre guardavamo dentro la vasca trasparente, sulla differenza tra un pesce vivo e un pesce che non lo è più: il nostro pesce galleggiava immobile a pancia in su. È la vita, rispose lei, è la vita che manca. Non si vede ma si possono constatarne gli effetti.

È così complesso definire cosa sia la Biodinamica tanto quanto è complesso definire cosa sia la vita. Parrebbe di saperlo, siamo vivi del resto, invece a parole ci scopriamo un po’ impacciati. Forse non può essere spiegato perché non ci sono parole conosciute in grado di farlo, dovremmo inventarne di nuove.

Pure la Biodinamica è l’esperienza più semplice e quotidiana che affrontiamo. Anche una zucchina è biodinamica. Perché non esiste nulla di più prorompente e dinamico della biodinamica. Anche i tifoni rientrano nella biodinamica. Anche i fulmini e i venti, con le loro masse d’aria che spostano per il pianeta, ogni singola particella che compone tutto è biodinamica, contiene lo stesso principio travolgente. Il bello è che travolge tutto a dispetto delle nostre credenze e del goffo tentativo di tenerla in argini definiti e spiegarla.

Come è la potenza del fulmine così è dentro di noi, come è la calma del mare così è dentro di noi, come è in una stella così è dentro di noi. Siamo fatti dagli stessi atomi, pochi componenti in realtà, per questo si dice che siamo fatti di stelle. Anche perché dire che siamo fatti di zucchine risulterebbe offensivo.

Cos’è dunque la Biodinamica? È il principio sulle cui teorie si basa tutta la conoscenza fisica attuale. È il principio che dissolve gli ostacoli provocati dal vivere conflitti, come accade al giorno d’oggi, e poggia sulla conoscenza dei principi fisici che governano le funzioni corporee e la loro cooperazione, perché quando tutti i principi sono allineati fra loro si sta bene, acquisendo benessere e chiarezza lucida anche nei pensieri. Perché mente sana in corpo sano significa che i due sono collegati, ma non può essere una strada a senso unico. È circolare e non si sa quando finisce una e inizia l’altra. Si può intervenire ovunque all’interno della circolarità per modificare ovunque all’interno di quello spazio.

Un operatore in Biodinamica è un fisico, che approccia il principio basilare come fanno i fisici, tentando di comprendere. E questo tentativo ogni volta produce risultati sorprendenti perché la Biodinamica vince, comunque. Tuttavia è facile notare un particolare: la Biodinamica è già presente, come è ovvio, ma pare rispondere e aumentare la sua funzionale potenza quando un operatore interviene sul corpo del cliente. Affascinante, e di questo parlerò più avanti.

a cura di Patrizia Massi

  

“E noi dobbiamo soltanto esserci, ma semplicemente,

non con insistenza, come la terra, concorde alle stagioni

chiara e oscura e tutta nello spazio”. 

R.M Rilke

Siamo governati dalla ciclicità, dalla temporalità circadiana, un ritmo al quale non possiamo sottrarci. E’ quello della vita, del movimento, dell’ineluttabilità degli eventi e della trasformazione. Sono passi frenetici, alternati, quasi per una fisiologica e necessaria compensazione, ad una sorta di riposo: il tempo della quiete.

La quiete. Un’immagine a noi cara, con la quale ci penetriamo reciprocamente. Una quiete di transizione, che preannuncia, e implica, l’inevitabile passo successivo. Una quiete, quindi, non assimilabile alla stasi, che invece riporta a fissità.

La quiete non è lontana dalle nostre esperienze di ogni giorno. Se prestiamo attenzione, fa la sua comparsa anche nei momenti di intenso bailamme; è quel momento in cui qualcosa vuole ricordarci che ci siamo. Semplicemente, come scrive Rilke.

La quiete si muove negli spazi interstiziali delle nostre vite. E’ quell’attimo tra un respiro e l’altro, quel momento in cui volgiamo lo sguardo da un’altra parte, l’istante che precede un sorriso, quel secondo prima che esploda un’emozione. E’ una dimensione dove il tempo assume un senso di sacralità ed assolutezza che lascia spazio ad una nuova consapevolezza. La quiete introduce alla poetica dei luoghi interiori e ci connette con la bellezza dell’anima, indossando la veste di un contatto delicato, fatto solo di ascolto e presenza.

La quiete è la melodia delle origini. Ci riporta allo stato ancestrale in cui il nulla era già tutto, e viceversa. E’ il regno della totalità e delle apparenti incoerenze, dove le percezioni si distorcono; un secondo può durare una vita e la forma, che qui non tradisce la funzione, si mescola con la sostanza. Restituisce il senso alle immagini del nostro inconscio, è un frammento dell’onirico che sconfina nello stato di veglia.

La quiete si manifesta così com’è, e non è annunciata. E’ un riflesso involontario del nostro sistema, si inserisce tra un movimento e l’altro, tra un pensiero e l’altro.

 

La quiete è propiziatrice: ci permette di attingere alla fonte delle nostre risorse che  si rafforzano e si moltiplicano spontaneamente nella relazione con gli altri, quindi anche nelle sedute di Biodinamica. Il campo cosciente ed intelligente è un’immensa cassa di risonanza in cui la nostra storia si intreccia con quella del cliente, mentre i momenti di quiete sono condivisi, quindi potenziati.

La quiete, qui, ma anche in natura, è la condizione adatta a riorganizzare, a riportare coerenza nella complessità, a recuperare la propria integrità, a deframmentare, a restituirci il senso perduto che servirà a tracciare il sentiero diretto alla nostra autenticità.

La quiete è l’albedo alchemica, la seconda fase della Grande Opera, dove siamo in connessione diretta con l’anima già informata, come scrive Hillman[1]: 

“ Non tutti i bianchi sono uguali, e solo quello dell’albedo attiene all’argento alchemico inteso come stato di coscienza che proviene non già dall’anima, come semplicemente dato, bensì dal lavoro fatto su di essa”.

Il tempo della quiete ha la preziosità dell’argento lunare, la capacità di trasmutare, di portare a compimento il processo di integrazione, è collegato all’elemento acqua, e influisce sulla nostra evoluzione.

E’ un tempo di cui bisogna avere cura.

[1] James Hillman, Pisicologia alchemica – Adelphi pag. 139

a cura di Cristina Ferina

“Sulla pelle di ogni essere umano

è anche rappresentato tutto l’Universo, 

nel suo passato, nel suo presente e nel suo futuro.” 

(Giuseppe Calligaris)

 

L’Acqua è silenzio Vivo.
Acqua che sa di stato calmo, di agente guida, di prontezza, di ordine, di assemblea, di origine, di vibrazione, di relazione, di attraversamenti, di alloggio, di spazio di carità, di zoé.
Vi riproponiamo gli articoli dedicati all’evento A.CS.I. “L’elemento acqua” del 27 e 28 novembre al Seraphicum di Roma, con Gerald Pollack, Doris Plankl e Remo Rostagno.

 

La socialità dell’acqua
Capiamo veramente il comportamento sociale dell’acqua?
Poiché l’acqua si trova ovunque, si potrebbe arrivare alla conclusione che la comprendiamo.
Ma non è proprio così…

 

Acqua come evento?
La qualità relazionale dell’acqua: una relazione in continua espansione. Ma noi operatori, fino a quanto riusciamo a scorgere questa sua generosità in quiete, indipendentemente dalle circostanze condizionanti?

 

La meraviglia, la purezza, la stabilità
Cosa sostiene la costante vitalità dei fluidi? Cosa li accorda in quel modo?

 

Geografie Fluide
Qual è il meccanismo, o meglio, il bio-meccanismo che dà luogo alle morfologie biologiche?

 

Pollack, l’uomo dell’acqua
Il prof. Pollack riporta una sorta di cronistoria delle scoperte sull’acqua che l’hanno particolarmente stimolato. In questo articolo ci dimostra di prendere sul serio la faccenda “acqua”.

 

Il comportamento sociale dell’acqua
Quest’acqua nascosta e così “sentita”.

 

Pollack e le enigmatiche facce dell’acqua
Pollack comprende la potenzialità del valore ordinato e raffinato “nascosto” che possiede l’acqua.

 

L’ordine implicito dell’acqua
Ma come fanno le molecole d’acqua ad ordinarsi così spontaneamente?”. È quello che si chiede Pollack parlando di un famigerato “agente guida”… energia comune e presente nella vita quotidiana e alla portata di tutti.

 

La quarta fase dell’acqua di Gerald Pollack
L’acqua unisce tutto e tutti.
In modo semplice, Gerald Pollack ci racconta cos’è la Quarta fase dell’Acqua.

 

il video d’invito QUI

 

 

a cura di paolo raccanello

Dammi l’acqua
dammi la mano
dammi la tua parola
che siamo,
nello stesso mondo.
(Chandra Livia Candiani, Fatti vivo)

 

 

L’acqua unisce tutto e tutti.
È quello che emerge da ogni intervista fatta a Gerald Pollack, il padre della quarta fase dell’acqua.
Nel video qui sotto, Pollack spiega sinteticamente cosa ha scoperto e come potrebbe essere impiegata questa scoperta per assicurare agli abitanti della terra una salute sicura.

Per una maggior scorrevolezza di lettura, il testo qui sotto è una traduzione non letteraria.

“Sono Gerald Pollack e sono professore alla facoltà di medicina dell’Università di Washington.
Un po’ come voi, ci stiamo chiedendo, da circa un decennio, che tipo di acqua beviamo. Duran te questi anni di studio abbiamo trovato qualcosa di davvero incredibile.
Abbiamo scoperto una diversa fase d’acqua, un diverso stato d’acqua.
Questo stato non è una fase liquida, non è solida e non è vapore. Sta in qualche modo tra il liquido e il solido, ha la consistenza di un gel, simile all’albume di un uovo. L’abbiamo chiamata la quarta fase dell’acqua.
Questa nuova fase non è raro trovarla, anzi, si trova dappertutto, in tutta la natura e la cosa più importante è che si trova nelle nostre cellule e le riempie pure!
Quando si è in salute, le nostre cellule sono piene di questa quarta fase d’acqua; se dovesse accadere il contrario, allora qualcosa in noi non va.
Qui sorge una domanda: come sarebbe possibile ripristinare questa quarta fase d’acqua nelle nostre cellule quando siamo ammalati e quindi mantenerci in salute?

Quello che abbiamo effettivamente fatto in laboratorio, è quello di aver costruito un micro dispositivo per creare la quarta fase dell’acqua, che poi abbiamo anche brevettato.
Vi facciamo vedere un esempio di come creiamo la quarta fase dell’acqua. Qui (minuto 1’50” del video), Mina prende un tubicino e lo mette dentro all’acqua. Quest’acqua contiene un sacco di cianfrusaglie come ad esempio detriti di particelle.
Se guardiamo al microscopio per vedere cosa succede qui, possiamo osservare come tutte queste particelle detritiche, che si trovano nell’acqua, siano confinate e vincolate al centro del tubo. Anche all’esterno del tubo possiamo vedere benissimo come la quarta fase si definisce; potete ben notare che in quello spazio non c’è più traccia di cianfrusaglie, ovvero batteri, tossine, sostanze che potrebbero nuocere o sostanze che a volte troviamo nell’acqua che beviamo.
Ebbene, la quarta fase è priva di tutto ciò, crea una selezione.
Ora, la nostra sfida è quella di aumentare la grandezza di questo dispositivo in modo che possa produrre molta più di questa acqua. Ottenere un rendimento consone ai bisogni umanitari è il nostro obiettivo; questo tipo di dispositivo, in grande scala, può essere davvero utile per ottenere acqua potabile in tutto il mondo. Nel mondo non c’è abbastanza acqua potabile e pulita e questo sistema è talmente semplice che non ha bisogno di nessun filtro.
L’energia del sole, della luce, è l’energia che aiuta la separazione dell’acqua: è un sistema semplice e veramente economico. Questo, potrebbe essere un dispositivo potenzialmente rivoluzionario, come esempio in Africa o in altri luoghi carenti di acqua potabile.

Ma questa non è tutta la storia e vorrei riprendere quello che vi ho accennato prima: questa quarta fase dell’acqua è quella cosa che, in un certo modo, riempie tutte le vostre cellule. Ho anche detto che se non avete abbastanza quarta fase, le vostre cellule non potranno funzionare bene, di conseguenza essere ammalati o avere una patologia un corso.

Quindi un’altra domanda potrebbe essere: in realtà, come potremmo realizzare tutto ciò?
Ad ora, stiamo lavorando e studiando per far emergere ed edificare concretamente i benefici che questa quarta fase può portare alla salute.
Abbiamo ottimi mezzi, siamo contornati da persone di talento le quali sono davvero ansiose di lavorare su questo progetto. Il problema è che non abbiamo denaro sufficiente per perseguirlo ed è qui che voi potete aiutarci con una donazione.

Cosa potrebbe esserci di più rivoluzionario nel trovare un modo semplice per mantenerci in buona salute?
È possibile che la quarta fase possa essere il modo per farlo.
Spero vivamente che possiate unirvi a me in questo sforzo per migliorare la salute dell’umanità.
A tale proposito vorremmo premiare chi ci aiuterà ed eccovi come: questo è il libro che ho scritto… all’interno sono descritte tutte le cose di cui ho parlato in merito alla quarta fase dell’acqua. Nella prossima edizione, qualora ci aiutaste, vorrei onorare la vostra generosità inserendo il vostro nome in un elenco all’interno del libro, inviandovi poi una copia.

Auspico di poter lavorare assieme per questo sforzo, affinché tutti gli esseri umani possano sostenere e riparare il mondo.
Grazie.”

 

Alla data della pubblicazione di questo articolo mancano 10 giorni per la conferenza annuale di A.CS.I.
Il Prof. Gerald H. Pollack ci racconterà tutto sulla Quarta fase dell’acqua, mentre Remo Rostagno e Doris Plankl ci aiuteranno ad esplorare somaticamente come ci vive dentro questa epocale scoperta scientifica. 
Tutto questo a Roma il 27 e 28 ottobre. Ancora qualche posto disponibile QUI

 

 

 

a cura di paolo raccanello

 

L’acqua è la materia della vita. E’ matrice, madre e mezzo. Non esiste vita senza acqua.
(Albert Szent-Gyorgyi)

 

 

Cari lettori, alla data della pubblicazione di questo articolo mancano solo 26 giorni alla conferenza annuale di A.CS.I.
Il Prof. Gerald H. Pollack ci racconterà tutto sulla Quarta fase dell’acqua, mentre Remo Rostagno e Doris Plankl ci aiuteranno ad esplorare somaticamente come ci vive dentro questa epocale scoperta scientifica. 
Tutto questo a Roma il 27 e 28 ottobre. Iscriviti QUI

 

Quanta acqua
Il nostro caro professor Pollack rinizia a lavorare ancor di più su alcuni dubbi che bussano alla sua coscienza di scienziato e si mette al lavoro, ancora una volta, per determinare la natura fisica della zona di esclusione.
Esegue test per misurare la capacità di assorbimento della luce nelle zone di esclusione; sull’assorbimento e sull’emissione degli infrarossi; usa la risonanza magnetica per individuare i diversi “caratteri” dell’acqua; esegue test di viscosità nella zona di esclusione, dimostrando che questa è più viscosa del resto dell’acqua cosiddetta bulk (quella che gli sta attorno) e che questa viscosità significa maggior stabilità.
Insomma, da tutti questi test è emerso che la zona di esclusione è più stabile rispetto all’acqua bulk; si è evidenziato che i movimenti molecolari sono più ristretti (un po’ come accade anche nel ghiaccio); ha una rifrazione più elevata.
Insomma, la zona di esclusione è ben diversa dall’acqua che gli sta attorno.
Tanto materiale da interpretare, tanto lavoro da sviluppare ma i confini si fanno mano a mano più consolidati.

L’ordine implicito
Pollack, definisce la natura della zona di esclusione come acqua naturalmente ordinata.
Fin qui va bene, ma ha ancora a che fare con la questione irrisolta della struttura della zona di esclusione. Ecco che prende in prestito alcuni mezzi usati dalla scienziata Mae-Wan Ho(1). Uno di questi mezzi serve ad individuare e a leggere il particolare allineamento dei minerali nella zona di esclusione. È così che l’esito avvalora ancor più la definizione di Pollack, ovvero, che la zona di esclusione è di fatto più ordinata rispetto all’acqua bulk.
Non solo: Pollack ci riferisce che “questa propensione all’ordine può facilmente superare la naturale tendenza al disordine“.
E qui mi fermerei un attimo…

Da questa evidenza, chiediamoci quali connessioni possono emergere con la Biodinamica Craniosacrale…

Grazie all’instancabile indole da ricercatore, il professore si chiede ancora: “ma come fanno le molecole d’acqua ad ordinarsi così spontaneamente?”. Parla di un famigerato “agente guida”… dice che è quel qualcosa che sa di “energia comune e presente nella vita quotidiana e alla portata di tutti”.
A cosa si sta ispirando Pollack?
Pollack conosce la risposta e ci inviata ad appagare la nostra curiosità leggendo altre pagine del suo libro 🙂
Il campo è aperto.

 

 

(1) – Mae-Wan Ho è stata una genetista cinese, nota per le sue opinioni critiche sull’ingegneria genetica e sul neodarwinismo. È stata, inoltre, autrice e coautrice di una serie di pubblicazioni tradotte in numerose lingue.

 

 

a cura di paolo raccanello

Alla data della pubblicazione di questo articolo mancano solo 35 giorni alla conferenza annuale di A.CS.I.
L’ospite primario sarà proprio il prof. Gerald H. Pollack
a Roma il 27 e 28 ottobre iscriviti QUI

 

 

 

“Niente è più difficile da vedere con i propri occhi 

di quello che si ha sotto il naso.”

Goethe

 

L’acqua interfacciale
L’acqua, per come appare ai nostri occhi, è solo acqua, ovvero, sembra solo acqua. Tuttora il prof. Pollack si stupisce di come l’apparenza (ciò che appare) ci possa trarre in inganno. Lui stesso si è reso conto, soprattutto nel suo ultimo decennio dedicato alla ricerca, di come l’acqua in un bicchiere posso influenzare il bicchiere stesso, le particelle e le molecole disciolte in quest’acqua.
Pollack si trova dinanzi a rivelazioni “acquatiche” che di continuo si rinnovano e lo stupiscono, nonostante le ricerche fatte negli ultimi cinquant’anni.
Nel suo libro, La quarta fase dell’acqua, continuamente manifesta una stupefacenza tipica del vero scienziato. Alla base di tutto questo, Pollack comprende la potenzialità del valore “nascosto” che possiede l’acqua. Pollack si appassiona a descrivere molti aneddoti ed esperimenti che lo hanno portato a considerare l’esistenza della quarta fase dell’acqua.
Eccovene alcuni.

Gli scambi ordinati
Pollack, narra di un interessante incontro che avvenne con il professor Hirai dell’università di Shinshu, in Giappone.
Pollack catturò l’interesse del professore, raccontando la relazione tra acqua e cellula, descritta ampiamente nel suo libro “Cellule, gel e i motori della vita”.
Durante questo succoso scambio, il professor Hirai raccontò di alcuni esperimenti di laboratorio sul flusso dei liquidi all’interno di specifici microcilindri, usando delle microsfere come tracciatori di posizione e reazione. Rimasero entrambi incuriositi dall’esito di questi esperimenti e nello specifico dalla disposizione delle microsfere.
Tutto ciò accese ulteriore interesse.
Fu così, che tra i due scienziati crebbero scambi di idee e di considerazioni, finendo per unire anche sforzi pratici.
Quello che osservarono entrambi in laboratorio erano manifestazioni dell’acqua “ordinate”: notarono entrambi che l’acqua cercava e trovava sempre un “ordine”, una “disposizione ordinata”.
Ma è un ordine particolare, poiché esclude qualcosa…

Acque agitabili
Ma cosa si esclude? Pollack comprende benissimo che si sta muovendo in acque facilmente agitabili: c’è un alto rischio di essere additati (riguardo a questo leggi il precedente articolo QUI). A dirla tutta, secondo la moderna chimica, alcuni fenomeni non dovrebbero addirittura esistere!
Eh si… rimanendo cauti, si potrebbe presumere che ci possa essere quel particolare comportamento tra superficie e liquido, ma…
Ed ancora il nostro Pollack ci prova.
Osserva in modo rinnovato la disposizione degli ioni nei vari strati che l’acqua genera in relazione alla superficie di contatto. Da questa osservazione ne riceve movimenti, transizioni, distanze, valori, disposizioni: moltissimi dati che si interfacciano con le affermate teorie della chimica moderna.

Un team al lavoro
La ricerca di errori è un grande lavoro che ha bisogno di una grande umiltà.
Ecco che un corollario di scienziati/suggeritori si amplifica attorno all’equipe del prof. Pollack. Alcuni scienziati gli suggerirono di assicurare la ricerca che stava perseguendo, ad esempio controllando le influenze che la temperatura dell’acqua poteva avere sull’esito degli esperimenti. Altri suggerimenti riguardavano la qualità dei polimeri, altri sul verificare gli effetti di differenti polarizzazioni delle microsfere traccianti.
Ebbene, da questo lavoro collettivo e dalla vastità di prove raccolte in laboratorio, emerge un comune denominatore: in quasi tutte le prove una speciale zona si forma e si manifesta!
Pollack sa bene di cosa si tratta, ma non gli basta e continua con gli esperimenti per trovare solidità maggiori alle sue affermazioni ed intuizioni.

Ma quante zone d’esclusione…
Pollack ha osservato quelle speciali zone di esclusione anche nei vasi sanguigni, nei muscoli e nelle piante. Tutte queste sono superfici idrofile, ovvero superfici in grado di stabilire legami con l’acqua. Pensiamo quindi al nostro sangue e alla sua rete di circolazione; pensiamo a tutti gli altri fluidi che ci scorrono ordinatamente nel corpo; pensiamo alla dinamica o alla biodinamica delle nostre cellule. In biodinamica abbiamo veramente a che fare con i fluidi, vero?
Ma… lasciamoci trasportare ancora per un po’.

Acqua ordinata e raffinata
Pollack conferma che le zone di esclusione sono libere da soluti, ovvero quel componente il cui stato di aggregazione è diverso dalla soluzione che lo accoglie. Possiamo definire questa zona di esclusione come una zona  di “acqua ordinata e raffinata”.
Questo speciale ordinamento, scopre Pollack ancora una volta, non è una cosa nuova. È un affare vecchio di settant’anni, ma non è mai stato così raffinato come ora ce lo sta presentando Pollack, settant’anni dopo.

To be continued…

 

 

a cura di paolo raccanello